4 luglio 1776

dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America

2 giugno 1860

PRIMO GOVERNO DITTATORIALE PRESIEDUTO DA GIUSEPPE GARIBALDI

Il 2 giugno 1860 a Palermo nasceva il primo Governo dittatoriale presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi.

Il Governo era formato da sette dicasteri guidati da cinque Segretari di Stato: il Col. Vincenzo Orsini al Ministero per la Guerra e Marina, l’Avv. Francesco Crispi al Ministero dell’Interno e alle Finanze, l’Avv. Andrea Guarneri alla Giustizia, mons. Gregorio Ugdulena al Ministero dell’Istruzione Pubblica ed il Culto, il barone Casimiro Pisani agli Affari Esteri ed il Commercio. Il 17 giugno il marchese trapanese Vincenzo Fardella di Torrearsa veniva nominato segretario di Stato e presidente del Consiglio in caso di assenza del Dittatore. 

8 GIUGNO 2020 90° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI VITO GRIMALDI (8 GIUGNO 1930-17 APRILE 2007)

Insegnante elementare (conseguì il diploma di abilitazione magistrale presso l'Istituto Magistrale "Rosina Salvo" di Trapani), è stato una delle figure chiave del cattolicesimo popolare trapanese, dagli anni '50 fino alla metà degli anni '70. Più volte consigliere comunale, per pochi voti non fu eletto deputato all'Assemblea Regionale Siciliana nelle elezioni regionali del 13 giugno 1971. Insegnò nelle Scuole popolari e si occupò di assistenza ai poveri in qualità di presidente ECA (fu per anni consigliere provinciale della DC).

27 maggio 1860

27 - 30 maggio 1860: la conquista della città di Palermo da parte dei garibaldini della Spedizione dei Mille

  • ROSALINO PILO FERITO MORTALMENTE SULLE ALTURE DI MONREALE
  • PALERMITANI INSORTI ALLA BARRICATA MONASTERO SETTE ANGELI
  • L'ENTRATA DI GARIBALDI A PALERMO
  • BARRICATE A PALERMO, MAGGIO 1860
  • BARRICATE A PALERMO, 1860
  • GIUSEPPE GARIBALDI ACCLAMATO DITTATORE DELLA SICILIA

Dopo giorni di attesa e di sconforto, a quella data il nemico si era nuovamente deciso ad attaccare, penetrando in città, ma le sorti dello scontro erano impetuosamente precipitate a svantaggio dei napoletani, e la sensazione che la trama della battaglia di Calatafimi sarebbe stata nuovamente rappresentata acquistava sempre più il sapore della certezza.
Dopo quella sconfitta, le truppe napoletane erano mestamente rientrate a Palermo, il 17 maggio, e si erano ritrovate a dover obbedire ai comandi del nuovo luogotenente, il generale Ferdinando Lanza, chiamato a sostituire il principe di Castelcicala, accusato di poca flessibilità e scarsa energia. Nemmeno il suo successore, in verità, sembrava in grado di assumere le redini della situazione, gravato com'era dal peso dell'età, e da sempre poco propenso alle azioni audaci. Così, in attesa di decidere se andare incontro a Garibaldi o se concentrare piuttosto tutte le forze a Messina, per intraprendere da lì una vigorosa controffensiva, il generale restava arroccato nel suo comando palermitano, al fianco di soldati che vedevano venir meno, in egual misura, le forze e la speranza.
Garibaldi, intanto, aveva iniziato la marcia verso la capitale: dopo una breve sosta ad Alcamo e una rapida incursione a Partinico, aveva proseguito sulla via del Borgetto, e ancora più su, per il tratto che congiungeva Monreale a Palermo. Qualche ora più tardi, era riuscito a spingersi sino al passo del Renda, ad appena 18 km dalla città, ma l'immediatezza della meta lo aveva posto dinanzi a dubbi ed interrogativi. L'eroe dei due mondi sapeva bene, infatti, che dentro le mura palermitane avrebbe trovato una truppa di 21.000 soldati, a fronte dei 900 uomini che stavano compiendo la marcia al suo fianco. Certo, era tenace e fondata la speranza che la popolazione avrebbe preso parte attiva ai combattimenti, ma ciò non poteva bastare a garantire la riuscita dell'impresa. Per questo motivo, il generale chiedeva l'aiuto dell'amico Rosolino Pilo, stanziato ad appena 5 o 6 km da lui, affinché si decidesse a lasciare Sagana e si portasse fino a Monreale, per costringere le truppe borboniche che vi erano di stanza - 3.000 uomini guidati dallo svizzero Von Mechel e dal tenente Bosco - a retrocedere, lasciando aperto il varco in direzione di Palermo. Quello che Garibaldi non poteva immaginare era che, proprio mentre l'amico cominciava ad organizzare l'azione, Von Mechel decidesse improvvisamente di dare il via ad una pesante offensiva, destinata a lasciare sul campo un gran numero di soldati i garibaldini, tra cui lo stesso Rosolino Pilo, colpito a morte mentre, dietro l'ingannevole riparo di una roccia, scriveva al generale per chiedere velocemente dei rinforzi.

Allo scoramento per la sconfitta si aggiungeva adesso il dolore per la perdita di un fratello: era un Garibaldi insolitamente mesto quello che decideva, frettolosamente, di abbandonare la via di Monreale per volgersi, attraverso ripidi sentieri, alla strada interna che passava da Corleone a Piana dei Greci, e da lì fino a Palermo.
Il 22 maggio, dopo ore ed ore di marcia, le truppe garibaldine erano finalmente giunte a Parco, e qui avevano conquistato una posizione abbastanza vantaggiosa sul Cozzo di Crasto, uno sprone montano a picco verso la capitale. Garibaldi sperava in un assalto frontale delle truppe napoletane, che gli avrebbe permesso di incalzare i nemici in un serrato faccia a faccia, mentre le squadre del La Masa avrebbero sferrato un attacco congiunto alle spalle e ai fianchi dei borbonici: il risultato sarebbe stato quello di inseguirli fino alle porte di Palermo, dove sarebbe poi scoppiata l'insurrezione. Tuttavia, l'alba di giorno 24 era destinata a proiettare una luce impietosa sulle illusioni di Garibaldi: i primi raggi di sole mostravano, infatti, una colonna di regi pronta ad attaccare frontalmente, ma anche, del tutto inattesa, una grande truppa in arrivo da destra, verso le sorgenti dell'Oreto; l'idea dei napoletani, evidentemente, era quella di compiere una manovra avvolgente, che serrasse in una morsa le truppe garibaldine. A quel punto, non restava che la ritirata su Piana dei Greci, dal lato di Corleone, abbandonando lo spartiacque verso Palermo per procedere verso l'entroterra dell'isola. Si arrivava a Piana solo a sera del 24, e il morale dei volontari era quanto mai scosso: la marcia sulla capitale era fallita per due volte, Pilo era scomparso, le truppe di La Masa, dopo la fuga precipitosa, cominciavano a disperdersi disordinatamente per le campagne.
Era Garibaldi, a quel punto, a trovare il modo di ribaltare la situazione, con una mossa a sorpresa. Il generale decideva infatti di mettere in marcia, all'improvviso, una quarantina di carri con i bagagli, i soldati feriti e gli infermi, e 5 cannoni con 50 artiglieri e 150 picciotti siciliani. Nonostante fosse già sera, gli ultimi bagliori del tramonto siciliano infuocavano il cielo: in questo modo, la popolazione di Piana aveva potuto scorgere con facilità quella colonna di rivoluzionari, al comando di Vincenzo Orsini, incamminarsi alla volta di Corleone, e chiunque avrebbe scommesso che ad essi avrebbe fatto seguito tutto il resto dei Mille. In effetti, al calare della notte anche gli altri volontari si erano avviati per la stessa strada, ma dopo qualche chilometro, avvolti dall'abbraccio delle tenebre, quegli uomini, guidati dallo stesso Garibaldi, avevano sommessamente svoltato a sinistra, per proseguire in direzione di Marineo, intenzionati a raggiungere Palermo di soppiatto, cogliendo di sorpresa i comandi borbonici. L'idea era ardita, ma destinata a rivelarsi vincente: l'indomani, Von Mechel e i suoi uomini si erano diretti a Corleone, dove avevano sferrato un attacco violentissimo alle squadre di Orsini. Nello scontro, i garibaldini perdevano 2 cannoni e si ritrovavano costretti ad indietreggiare sino a Giuliana, ma riuscivano nell'ardua impresa di tenere lontane dalla capitale 4 battaglioni borbonici dei più valorosi.
Frattanto, intorno alle quattro del mattino del 27 maggio, le squadre di Garibaldi erano pronte ad entrare a Palermo. Si trovavano nei pressi di Porta Termini e stavano per varcare le mura della città, quando venivano colpiti dal fuoco congiunto di un reparto d'artiglieria e di un cannone posizionato su una delle navi da guerra borboniche. Tukory, volontario ungherese, cadeva sul colpo; Cairoli, Canzio e Bixio erano malamente feriti. Ma nessuno aveva intenzione di abbandonare la meta: con l'aiuto di Garibaldi, prontamente accorso alla testa dei suoi uomini, le barricate venivano abbattute e le truppe potevano introdursi in città, portandosi nella zona della Fieravecchia.

In quel momento, Palermo era finalmente pronta ad insorgere, in blocco: si udivano le campane suonare a stormo, le finestre si spalancavano, la popolazione accorreva nelle strade, incitata dai i Mille e da un proclama dello stesso dittatore: "Siciliani! Il generale Garibaldi [?]essendo entrato in Palermo questa mattina 27 maggio, ed occupata la città, rimanendo le truppe napoletane chiuse solo nelle caserme e nel Castello a Mare, chiama alle armi tutti i comuni dell'Isola, perché corrano nella metropoli al compimento della vittoria".

Sorpresi di trovarsi il nemico fin dentro le mura, i comandi borbonici non apparivano da subito in grado di opporre un piano preordinato all'avanzata garibaldina: così, preferivano lasciare le truppe concentrate nella zona intorno al Palazzo reale, e da qui dare vita ad un'azione di distruzione che comprendeva l'incendio delle case vicine, la profanazione e la rapina delle chiese, i bombardamenti. A nessuno veniva in mente di muovere incontro a Garibaldi, e questi, in poco tempo, poteva giungere fino al centro della città, a palazzo Bologni, per poi sostare nella vicinissima piazza Pretoria. Solo con ritardo i napoletani si incamminavano in direzione del nuovo quartier generale garibaldino, ma in fretta venivano fermati e costretti a retrocedere. I regi erano ormai concentrati in due gruppi separati, e del tutto impossibilitati a ricongiungersi. Nemmeno il richiamo delle truppe stanziate a Monreale e Parco doveva rivelarsi efficace, anche perché le fila dei rivoluzionari si ingrossavano, intanto, con le truppe di Pilo - che al comando di Corrao giungevano a Palermo - e poi con tutti i prigionieri evasi dal carcere della Vicarìa, quasi 2.000 uomini liberi di scorazzare per la città per ribellarsi al potere borbonico.

I combattimenti proseguivano, serrati: il 29 maggio l'offensiva si dirigeva a piazza Palazzo, dove gli insorti riuscivano a conquistare la cattedrale ed il palazzo vescovile. Solo nel pomeriggio i napoletani riuscivano a dare vita ad una controffensiva in grado di riprendere le due posizioni, ma venivano precipitosamente bloccati da Garibaldi, che impediva loro qualsiasi ulteriore avanzata. Anche il tentativo compiuto da Lanza, che all'imbrunire di quello stesso giorno provava a penetrare nuovamente nel cuore della città, era destinato ad infrangersi in un fallimento. Nemmeno l'arrivo di rinforzi - 2 battaglioni di esteri che arrivavano da Napoli e riuscivano a portarsi al Palazzo - riusciva a capovolgere la situazione: erano le vettovaglie, e non certo gli uomini, a scarseggiare.

Sul fronte opposto, invece, il successo dei Mille era adesso travagliato dalla penuria di munizioni e dai primi segni di stanchezza delle squadre. In una situazione critica per entrambi gli schieramenti, alle prime ore del 30 maggio Lanza sceglieva di inviare a Garibaldi una richiesta di trattative diplomatiche, sotto la mediazione dell'ammiraglio Mundy: all'assenso del generale, i due eserciti disponevano l'immediata sospensione del fuoco e siglavano un armistizio, in vigore a partire da mezzogiorno di quello stesso giorno. Qualcuno, tuttavia, non era stato avvertito del nuovo corso degli eventi: si trattava del colonnello Von Mechel, che pochi minuti dopo lo scoccare delle 12 entrava in città, appena rientrato dalla sua incursione a Corleone, e si spingeva sino alla Fieravecchia, riprendendo i combattimenti. Il rischio era quello di rompere gli accordi appena presi: il colonnello svizzero - uno degli intrepidi del comando borbonico - rifiutava categoricamente di lasciare le posizioni che aveva conquistato. Solo l'intervento del Lanza riusciva, infine, a non far saltare l'intesa, rinnovando l'appuntamento con la parte avversa. Quel giorno, il porto di Palermo era teatro di una scena insolita: su un vascello napoletano, al cospetto del Mundy e di altri due generali borbonici, Lanza era pronto ad accogliere, con tutte le formalità imposte dalla circostanza, l'arrivo di Garibaldi, quel nemico a lungo disprezzato e sminuito, il condottiero deriso, confuso con un galeotto, con un delinquente della peggior risma, che adesso faceva tremare i comandi borbonici. Quel delinquente percorreva la scaletta della nave serio e impettito, forse un po' a disagio dentro l'uniforme da generale piemontese che mai avrebbe scambiato, potendo scegliere, con la blusa rossa e il basco floscio che usava per combattere. Le prime decisioni erano anche le più semplici: le due parti avverse si ritrovavano d'accordo sulla possibilità che i feriti raggiungessero le navi, e che i rifornimenti arrivassero in città. Solo alla proposta che la municipalità fosse messa in condizione di inoltrare a Francesco II una petizione per esprimere i bisogni della popolazione palermitana, la voce di Garibaldi tuonava imperiosa: "No! Il tempo delle umili petizioni è passato". Tutto quello che si poteva concedere era la firma di un armistizio fino alle 18 del giorno dopo, che veniva prontamente ratificato prima di sciogliere la riunione. Quella sera, a poche centinaia di metri di distanza, ciascuno dei due nemici aveva qualcuno a cui rendere conto. Per Garibaldi, non poteva che trattarsi del popolo, quel popolo per il quale trovava ogni giorno la spinta per continuare a combattere, anche quando la forza sembrava venire meno. Arringando la folla dal balcone di palazzo Pretorio, il generale annunciava: «Il nemico mi ha fatto ignominiose proposte, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine della città, le ho rifiutate».

Il grido di risposta che si levava dal basso: "Guerra! Guerra!" era la rassicurazione che gli serviva per sapere di aver agito per il meglio.
Lanza, dal canto suo, si affrettava a convocare un consiglio di guerra, durante il quale veniva stabilito che allo scadere della tregua si sarebbe dato vita ad un'azione a tenaglia dal Palazzo e dalla Fieravecchia. Tuttavia, una cronaca dettagliata della situazione in città, e dell'ardore degli insorti, bastava al luogotenente per tornare sulle sue decisioni: così, veniva chiesta una proroga di tre giorni dell'armistizio, che costava alle truppe borboniche anche la perdita del palazzo della Zecca, nei pressi del porto, passato in mano ai garibaldini col suo enorme carico di monete d'oro, che veniva utilizzato per pagare le squadre di picciotti, ormai allo stremo delle forze e pronti ad abiurare la causa. A quel punto, il generale Letizia e il colonnello Buonopane venivano spediti direttamente al cospetto del re per ricevere direttive più dettagliate. Ma la corte era troppo sconvolta dall'andamento delle operazioni militari, troppo incredula del successo di uno sparuto gruppo di volontari in camicia rossa: l'unica risposta che Napoli era in grado di fornire, così, era di dare ai generali di Palermo la facoltà di decidere autonomamente tempi, modi e opportunità della ripresa della lotta.

In questo modo, dopo un'ulteriore proroga della tregua, il 6 giugno i comandi borbonici decidevano di firmare la capitolazione finale, scegliendo di abbandonare la zona del Palazzo, ricevendo tuttavia gli onori militari, per poi imbarcarsi alla volta di Napoli.
La fuga iniziava il 7 giugno, ma ancora fino al 19 qualche soldato borbonico era in attesa di lasciare Palermo: l'indomani, finalmente, la città era del tutto libera, priva di qualsiasi retaggio della passata dominazione.

23 maggio 2020

15 maggio 1860 - 160° anniversario della battaglia di calatafimi

11 MAGGIO 1860 - 11 MAGGIO 2020

160° ANNIVERSARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE - SBARCO A MARSALA

BUON PRIMO MAGGIO

Il primo "Primo Maggio" nasce a Parigi il 20 luglio del 1889. 

Il primo maggio 1886, a Chicago, 50.000 lavoratori proclamarono lo sciopero per imporre le otto ore lavorative. In un clima di tensione si susseguirono i cortei ed altre iniziative. Il 3 maggio, davanti alle fabbriche Mc Cormick, in Haymarket square, si formò un presidio di lavoratori durante il quale presero la parola esponenti del movimento operaio. Al termine della manifestazione alcuni agenti della Polizia caricano i manifestanti, causando quattro morti e centinaia di feriti.

La reazione degli operai non si fece attendere, il 4 maggio 1886 ventimila lavoratori si ritrovarono in Haymarket square, presero la parola alcuni anarchici (Spies, Parsons e Fielden), mentre Fielden stava terminando il comizio, la polizia iniziò a caricare i manifestanti. Nella confusione generale una bomba scoppiò in mezzo ai poliziotti, provocando la morte del poliziotto Mathias J. Degan. Le forze dell'ordine spararono sulla folla e proseguirono la carica (undici persone persero la vita e molti furono i feriti).

DIRETTA DALLA CAMERA DEI DEPUTATI

27 APRILE 2020

SONO IN PERICOLO I DIRITTI DI LIBERTA' TUTELATI DALLA COSTITUZIONE (CHE RAPPRESENTANO IL RISULTATO DI SECOLARI LOTTE, ANCHE SANGUINOSE, PER LA CONQUISTA DELLA LIBERTA')

Il 4 maggio in realtà non inizia la Fase 2, ma un periodo quasi intermedio.
Il 21 aprile 2020, Giuseppe Conte riferendo alle Camere, aveva affermato che nella Fase 2 il governo avrebbe puntato al "rafforzamento della strategia di mappatura dei contatti esistenti e di teleassistenza con l'utilizzo delle nuove tecnologie". Si riferiva all'app Immuni. Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, chiariva che sarebbe servita per tracciare chi ha già contratto il coronavirus. In realtà le app di "contact tracing" non servono a tracciare chi ha già avuto il coronavirus, ma a ricostruire i contatti di chi ha scoperto di essere positivo.  Dietro l'apparente calma esibita in conferenza stampa dal Presidente Giuseppe Conte, è in corso una discussione dagli esiti imprevedibili all'interno del governo, fra i ministri e fra le diverse task force (qualcuno conosce la composizione di ogni singolo comitato?). Il dibattito, in queste ore sempre più frenetico, essendo in gioco le libertà tutelate dalla Costituzione, è incentrato sullo sviluppo della app e costituisce il vero motivo per il quale la c.d. "Fase 2" non è ancora iniziata. La discussione cade formalmente sulle scelte tecnologiche, ma in realtà è sul difficile rapporto Stato/Cittadini. C'è chi avrebbe voluto l'app obbligatoria per tutti, una sorta di "lasciapassare" per uscire di casa (documento molto utilizzato nella Germania di Adolf Hitleruna scelta politica che non ha applicato nessuna democrazia nel mondo esclusa la Cina, che, come è noto, non ha un sistema politico democratico e dove non sono rispettati i diritti umani. Vorrebbero legare l'uso dell'app a degli incentivi, in altri termini una obbligatorietà mascherata.
 

25 APRILE 2020

FESTEGGIAMO LA LIBERAZIONE DAL NAZIFASCISMO E DIFENDIAMO LE LIBERTA' COSTITUZIONALI OGGI IN PERICOLO

Nel festeggiare il 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, vorrei ricordare che in nome dell'emergenza sanitaria (per tutelare il diritto alla vita e alla salute) sono stati emanati dal governo, cioè dal potere esecutivo, provvedimenti che hanno e stanno incidendo profondamente sui diritti di libertà, anch'essi tutelati dalla Costituzione. Il diritto di circolazione è stato temporaneamente (speriamo) soppresso. L'aspetto ancor più preoccupante sarebbe l'introduzione dell'"App" di tracciamento dei cittadini. Si apprende dai giornali che sarà su base volontaria, tuttavia vorrebbero introdurre limitazioni nei movimenti di quanti non scaricheranno l'"App immuni". Anche se l'App verrà introdotta con legge ordinaria e non con DPCM, restano in gioco le libertà garantite dalla Costituzione. Sono preoccupato anche dalle dichiarazioni di importanti esponenti della vita politica italiana, che candidamente si meravigliano della resistenza dei cittadini ad accettare l'App di tracciamento.

Si sta registrando nel Paese una tendenza autoritaria, che potrebbe sfociare in una "democrazia autocratica", basata sul potere personale di un leader (o di un gruppo ristretto) che cerca di instaurare un potere tendenzialmente illimitato accompagnato dalla limitazione, in nome dell'emergenza sanitaria e al fine di tutelare la salute dei cittadini, delle libertà costituzionali, molte delle quali rappresentano il risultato di lotte, anche sanguinose, per la libertà e la democrazia. Gli appelli (come da un confessionale del "grande fratello") al popolo, da parte dell'aspirante autocrate (o da un gruppo ristretto) potrebbero essere sempre più frequenti, anche per cercare la legittimazione dal basso da un popolo sempre più impaurito dalle conseguenze epidemiche.

STRINGIAMOCI INTORNO ALLA COSTITUZIONE E VIGILIAMO!    (©)

angelo grimaldi

 

 

6 marzo 2020

Referendum taglio parlamentari rinviato

Il Consiglio dei Ministri ha stabilito il rinvio del referendum relativo al taglio dei parlamentari fissato per il 29 marzo 2020. Una decisione inevitabile a causa dell’emergenza Coronavirus che ha determinato la cancellazione di ogni manifestazione pubblica. 

Non è stata ancora indicata una data sostitutiva. Il Governo, come prevede la normativa, ha tempo fino al 23 marzo per stabilire una nuova data (che deve ricadere in una domenica compresa tra il 50esimo ed il 70esimo giorno successivo all’indizione).

19 dicembre 2019

E' STATO PUBBLICATO IL NUMERO UNICO DEL 2019

I contributi di:

Mariangela Iovino, Angelo Fasolo, Dario Grimaldi, Sergio D'Errico, Angelo Grimaldi.

8 OTTOBRE 2019

IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI SENZA UNA RIFORMA COMPLESSIVA E' UN GRAVE ERRORE

CONDIVIDIAMO E PUBBLICHIAMO L'APPELLO DEL COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

Questo taglio dei parlamentari è un errore. Sappiamo che la riduzione dei parlamentari è un impegno dell’accordo di governo, ma il testo già votato dalla precedente maggioranza, respinto da una parte di quella attuale, non è migliorato solo per questo.

Il testo di questa legge costituzionale nasce da un’iniziativa che punta al taglio dei parlamentari essenzialmente per risparmiare e in realtà scarica sul parlamento tutte le responsabilità degli innegabili difetti di funzionamento del sistema democratico italiano, sottovalutando che nella nostra Costituzione il parlamento ha un ruolo fondamentale, pena la crisi del sistema istituzionale che caratterizza la nostra democrazia. Questa legge dovrebbe essere respinta e i parlamentari dovrebbero usare la loro autonomia nel voto, garantita dalla Costituzione, per votare contro

Non è stato possibile discutere di alternative a questa scelta. Lo stesso accordo di maggioranza prevede altre modifiche costituzionali per riequilibrare gli effetti del taglio. In realtà queste modifiche non correggono gli errori di questa legge e ad oggi non è chiaro se siano frutto di un reale accordo politico, né si comprende come si intenda modificare la legge elettorale attuale.

Chiediamo al parlamento di rinviare la decisione, anche per poche settimane, e di aprire un tavolo di confronto politico e scientifico per consentire un esame delle alternative a questa riduzione dei parlamentari, scelta che resta non necessaria in rapporto al rapporto rappresentanti/rappresentati nel resto d’Europa.

Chiediamo di accelerare la riforma del sistema elettorale vigente. Dopo il porcellum, dichiarato incostituzionale, anche il rosatellum ha dato pessima prova e la nuova legge elettorale, voluta dalla Lega, ne esalta i difetti in presenza del taglio dei parlamentari ed è palesemente incostituzionale.

La Lega ha forzato nelle regioni dove è al governo per promuovere un referendum che ha l’obiettivo non solo di tagliare la parte proporzionale della legge elettorale ma di preparare le condizioni per introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, vagheggiata addirittura per il 2029. Legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialismo sono i due obiettivi centrali della Lega, sembra con il sostegno del resto della destra. Contro questa pericolosa iniziativa referendaria – pur probabilmente inammissibile secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale – è necessario mettere in campo una alternativa forte e chiara che, tanto più dopo l’eventuale taglio dei parlamentari, porti a una legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti e con il diritto degli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti. E’ centrale puntare sulla ricostruzione di un rapporto di fiducia tra parlamentari e elettori sulla base del capovolgimento della tendenza degli ultimi lustri che ha portato i parlamentari ad essere di fatto scelti per fedeltà al capo e nominati dall’alto e non dagli elettori. La crisi di fiducia ha portato ad un parlamento che ha subito decreti legge a raffica, non motivati dall’urgenza, a voti di fiducia come strumento di costrizione della libertà dei singoli parlamentari, a dure sanzioni contro i singoli. Il risultato è stato un capovolgimento del rapporto tra il governo e il parlamento, che è oggi subalterno al punto di approvare leggi che non solo non può modificare ma neppure leggere. Si giunge ora a proporre l’introduzione di un vincolo di mandato che la nostra Costituzione esclude in radice.

Si conferma così che l’obiettivo è un parlamento obbediente ai capi.

La centralità del parlamento, se la Camera il 7/8 ottobre deciderà il taglio dei parlamentari, è seriamente a rischio e potrebbe essere l’inizio di una deriva centralizzatrice e autoritaria, di cui è coronamento il presidenzialismo.

Per questo occorre un forte impegno per approvare rapidamente una legge elettorale proporzionale con le caratteristiche citate.

La Presidenza del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

5/10/2019

 

 

 

05 MARZO 2019

RECENSIONE SPAGNOLA DEL LIBRO DI ANGELO GRIMALDI, ESPERIENZE COSTITUZIONALI TRA SPAGNA E REGNO DI NAPOLI (1808-1820)

REPARTI MILITARI

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE SULLA RIDUZIONE DELLE REGIONI ITALIANE DALLE ATTUALI 20 A 12

 

 

INSEGNANTI: ASSUNZIONI SOLO TRAMITE CONCORSO PUBBLICO? LE RAGIONI DI UNA CRITICA DI ANGELO GRIMALDI

insegnanti

Il ministro dell'Istruzione dice sì a un piano di assunzioni straordinario da effettuare “soltanto tramite concorso pubblico“, per smettere così di rassegnarsi alla “babele delle graduatorie“. Ovviamente non sono mancate le proteste dei precari, che interrompono il presidente del Consiglio Matteo Renzi poco prima dell’inizio del suo intervento alla giornata ‘La scuola cambia, cambia l’Italia‘ promossa dal Pd".  “Fateci parlare abbiamo diritto di dire la nostra”, hanno detto dalla platea alcuni docenti. “Sono un insegnante precario, anch’io sono iscritto al PD e voglio dire la mia davanti a tutti”, dice uno dei contestatori, aggiungendo che quello che sta andando in scena oggi “è solo demagogia“.

Si vogliono abrogare le graduatorie? Sarebbe un gravissimo errore: non si diventa docenti di una disciplina vincendo un concorso pubblico (i concorsi pubblici in generale, ed in modo particolare i concorsi a cattedra, sono appannaggio prevalentemente dei più raccomandati), bensì solo insegnando. Con l'insegnarlo agli altri si impara meglio ciò che già si conosce. Non si può ottenere un'abilitazione ex ante, basata sul superamento formale di un concorso pubblico, l'abilitazione si dovrebbe conseguire al termine di un determinato periodo di attività di insegnamento come avviene per le attività professionali (avvocato, dottore commercialista, medico-chirurgo, consulente del lavoro, ingegnere, giornalista, ecc.), quindi solo ex post, cioè a posteriori.

E' stato un grossolano errore l'aver abrogato, sulla fine degli anni '90, il vecchio sistema di reclutamento (che sarebbe, invece, da introdurre in tutta fretta). Gli insegnanti si reclutavano attraverso tre graduatorie, due provinciali ed una di istituto. Ad una graduatoria provinciale, gestita dall'Ufficio Scolastico Provinciale (ex Provveditorato agli Studi), venivano inseriti i docenti abilitati, nell'altra graduatoria provinciale venivano inseriti i docenti non abilitati. Gli incarichi di insegnamento venivano conferiti dal Provveditore per l'intero anno scolastico. Le graduatorie di istituto (al massimo si potevano esprimere 20 sedi) rappresentavano un'ulteriore opportunità di insegnamento che consentiva agli aspiranti docenti, non convocati dal Provveditore agli Studi, di essere destinatari di una supplenza fino al termine dell'attività didattica o una supplenza più o meno breve, conferita dai presidi. 

Per conseguire l'abilitazione non è necessario frequentare e superare corsi post laurea biennali. E' necessario rendere più seri i Corsi di laurea attraverso l'introduzione nei singoli piani di studio delle materie (obbligatorie) che poi si andranno ad insegnare. Per abilitarsi basterebbero tre anni di insegnamento, anche non continuativi, conseguiti senza note di demerito. Al rinnovo, il docente, così abilitato, si iscriverebbe nelle gradutorie provinciali degli abilitati, dalle quali gradatamente, e comunque secondo il piano di assunzioni programmato di anno in anno dal MIUR, verrebbe a trovarsi destinatario di un contratto di insegnamento a tempo indeterminato.

Non è corretto illudere i giovani aspiranti docenti che si accede nella Scuola con i concorsi nel rispetto, solo formale, dell'articolo 97 della Carta Costituzionale. La Scuola con il docente incaricato dovrebbe instaurare un rapporto professionale, la valutazione della preparazione sotto il profilo sostanziale spetterebbe in parte ai discenti con la compilazione della "customer satisfaction" e, sotto il profilo della correttezza deontologica e metodologica, spetterebbe ad una commissione paritetica esterna (non di Istituto) con il compito di valutare il profilo formale e documentale del docente.

(25 febbraio 2015)

Angelo Grimaldi

 

 

9 NOVEMBRE 1989: CROLLA IL MURO DI BERLINO

CROLLO DEL MURO

Oggi si celebrano i 25 anni della caduta del Muro di Berlino. 

Il Socialismo reale è crollato con il muro, ma il capitalismo non ha vinto. Ogni giorno vengono distrutti migliaia di posti di lavoro senza che nessuno pensi a difenderli, a meno che non venga minacciato il proprio interesse personale. Le lotte sindacali sono diventate esclusivamente di categoria. Aumentano le proteste ma le istanze non si aggregano.

Molti considerano il crollo del Muro, dell'URSS come una vittoria. Il crollo del Muro è fonte di malessere per le nuove generazioni perché ricorda che il Socialismo reale è crollato, senza che il capitalismo abbia offerto loro (sul piano sostanziale e non solo dei diritti in senso formale) qualcosa di valido e duraturo in alternativa.

Angelo Grimaldi

 

 

MUJICA

Il Presidente Mujica sostiene che a guidare la vita di ciascuno debba essere il principio della sobrietà: " [...] concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere [...] Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte".

 

 

 

 

LE IDI DI FEBBRAIO?

PROF. ANGELO GRIMALDI

Ieri nel conclave del Partito democratico si è consumata una grave crisi extraparlamentare decisa da un solo partito, dal partito delle primarie che continua ad ignorare il profondo distacco tra elettore (governati) ed eletti (governanti).

Non una parola sui contenuti politici ed economici del nuovo governo renziano, non una parola sui partiti politici che dovrebbero sorreggere (dare la fiducia in parlamento) il nuovo governo.

Matteo Renzi propone un governo per una "legislatura costituente". Costituente? Ma in Italia il popolo non ha abbandonato il suo potere costituente in quanto essendo questo espressione di sovranità ed incidendo sui diritti fondamentali dell'uomo non può che appartenere al popolo. Il potere costituente si fonda, quindi, sul principio della sovranità popolare, sul carattere contrattuale della Costituzione e sul diritto alla rivoluzione a tutela del diritto naturale preesistente allo Stato.

Il potere costituente è caratterizzato dalla "originarietà", cioè si legittima in via di fatto e si manifesta sopprimendo la precedente Costituzione proponendone una nuova o modificando la vecchia Costituzione attraverso le modalità previste dalla stessa. Mi pare che nel nostro Paese non vi sia da parte di nessun partito politico alcun esercizio di potere costituente di portata tale da abrogare la Costituzione tuttora vigente. La nostra Costituzione, come tante altre del mondo occidentale, non detta soltanto regole di funzionamento degli apparati pubblici, ma consacra i diritti dei cittadini e questi sono posti come "limite" del potere dello Stato. La Costituzione non può essere modificata o interpretata dalla "volontà legislativa" che nel sistema monista (governo/parlamento) è diventata espressione della maggioranza, cioè di una sola parte politica.

Nel 1791 sciveva Thomas Paine: "Una costituzione non è l'atto di un governo, ma l'atto di un popolo che crea un governo". Scrive Mc Ilwain: "Emerge così una nozione di costituzione che nasce dal popolo, come opera di volizione collettiva, che codifica l'organizzazione dei poteri e si pone come norma sovraordinata all'attività dei poteri previsti dalla costituzione stessa".

In una retta democrazia, nella quale i gruppi dominanti (oligarchie governanti) sono selezionati dal voto popolare, una "norma fondamentale" deve contenere e regolare i limiti all'esecizio del potere politico. Il potere costituito è sempre soggetto a regole predeterminate. Il potere costituente appartiene al popolo e quindi non c'è bisogno che qualche politico "decisionista" si batta per far riconoscere al popolo un diritto che già gli appartiene. 

Le revisioni devono essere ricondotte nell'alveo della Costituzione, cioè dei suoi valori di fondo (articolo 138 della Costituzione).

Nel Paese, in realtà, la frattura c'è. Pochi giorni fa a Palermo è morta una ragazza di 18 anni, Tania, deceduta per mal di denti. La famiglia non aveva i soldi per le cure odontoiatriche (famiglia in condizioni economiche disagiate ma decorose). Il caso di Tania è quindi un fatto isolato? No, il 23% degli italiani (in Sicilia la % è più alta) non può permettersi un odontoiatra privato, deve quindi passare dalle prestazioni specialistiche fornite dalle Aziende Sanitarie pubbliche, dove le liste di attesa sono molto lunghe, al punto da spingere molti cittadini a rinunciare alle cure odontoiatriche.

La rivoluzione non si fa solo mettendo ai vertici delle amministrazioni dello Stato più manager e meno giuristi, gli italiani hanno bisogno di risultati concreti. Non conta parlare di realizzazione delle politiche o dell'introduzione della cultura gestionale (attesa e sperata da anni!). E' necessario chiedersi, invece, quali politiche economiche sono necessarie per aiutare circa 10 milioni di italiani, metà dei quali sono in povertà assoluta e l'altra metà in semi povertà, ed i giovani senza lavoro e senza futuro? Non servono più i pannicelli caldi, anche se proposti da Renzi o le misure pro-cicliche prospettate da organismi sovranazionali (Commissione Europea, BCE, FMI, ecc.); se andiamo avanti con politiche "monetariste" anche il nuovo governo è destinato al fallimento.

Questo editoriale è dedicato a Gaetana Priolo, morta per difficoltà economiche poco prima delle "Idi di Febbraio". Non ho conosciuto Tania, ma di fronte alla morte giovane, di chi non ha potuto sperimentare almeno un altro poco della vita che le spettava, resta l'incredulità, lo sconcerto e il senso di irrealtà. Il mio impegno, e quello dei miei colleghi, è rivolto per affermare il diritto (non solo in senso formale) di tutti, di tutti i "Tania Priolo" a vivere in un mondo più degno, più umano e più eguale.

14 febbraio 2014  Angelo Grimaldi