17 AGOSTO 2016

Legge costituzionale "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione" (pubblicato suLLA G.U. n. 88 del 15 aprile 2016)

Il testo della Costituzione prima e dopo le modifiche: potete facilmente confrontarli e cogliere i nodi irrisolti, le storture, le conseguenze sul piano democratico-istituzionale.

L'ITALICUM ALL'ESAME DELLA CORTE COSTITUZIONALE: 4 OTTOBRE 2016

Il 4 ottobre 2016 la Corte Costituzionale e’ chiamata a decidere sulla legittimita’ costituzionale dell’italicum a seguito di ordinanze emesse dal Tribunale di Messina e di Torino .
Un appuntamento molto importante che precede il referendum costituzionale.
Sullo sfondo delle due ordinanze di Torino e Messina, che colpiscono al cuore il meccanismo iperpremiale dell’italicum e il sistema delle candidature multiple generatore di deputati in larga parte nominati, del tutto analogo a quelli del porcellum, anche’esse all’esame della corte Costituzionale, incombono :
– la questione relativa all’ apposizione del voto di fiducia, apposto dal Governo alla Camera in sede d’approvazione definitiva della legge, che ne ha compromesso la procedura normale di esame e approvazione, ai sensi dell’art. 72.1 Cost. e del Regolamento della Camera dei deputati, anche con riferimento alla vicenda del c.d. emendamento premissivo “Esposito”, anch’esso elusivo della normativa costituzionale e regolamentare;
- la questione relativa all’intrinseca irragionevolezza e incostituzionalita’ delle prevista entrata in funzione dell’italicum in data anteriore alla definitiva approvazione della riforma costituzionale, soppressiva del Senato elettivo, con conseguenti percorsi differenziati parimenti irragionevoli e lesivi di principi costituzionali ( e con necessita’ comunque all’esito del voto referendario di armonizzare il sistema).
Su tutto questo dovra’ pronunciarsi la Corte costituzionale, chiamata a mettere il dito nella piaga dell’intreccio tra legge elettorale e principi costituzionali e anche della liason dangereuse tra italicum e riforma costituzionale.

FONTE: COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

29 LUGLIO 2016

Il nuovo sistema elettorale della Camera dei deputati

La legge 6 maggio 2015, n. 52 (italicum) ha definito il nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati.

I collegi elettorali per l'elezione dei componenti della Camera dei deputati, in base a quanto previsto dalla nuova legge elettorale, sono stati determinati dal decreto legislativo 7 agosto 2015, n. 122, sul quale si sono espresse le competenti Commissioni parlamentari. 

22 LUGLIO 2016

Ieri il nostro giovane collega, Dario Grimaldi, ha conseguito la laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione. Al neo dottore gli auguri sinceri dai colleghi della redazione. Ad Maiora!

14 LUGLIO 1789: LA PRESA DELLA BASTIGLIA AL GRIDO VIVE LA RéVOLUTION

14 LUGLIO 2016

I NUMERI DELLA POVERTA' ASSOLUTA IN ITALIA

12 LUGLIO 2016

ITALICUM: OGGI AL TRIBUNALE DI ROMA L'UDIENZA SUL RICORSO

"Il ricorso contro la legge elettorale, il cosiddetto "Italicum", approda oggi davanti al Tribunale di Roma: è stata fissata per oggi 12 Luglio 2016, la prima udienza del procedimento, davanti alla 1° sezione civile". Lo rende noto il Comitato promotore del referendum contro l'Italicum. "La giudice, dott.ssa Bianchini, sarà chiamata a pronunciarsi - si spiega nel comunicato stampa - sulla rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni d'incostituzionalità sollevate dagli avvocati Felice Besostri, Anna Falcone e Arturo Salerni. Alcune di queste, già oggetto di analoghi ricorsi in altri 19 Tribunali italiani, sono già state accolte dal Tribunale di Messina e, recentemente, dal Tribunale di Torino, e rimesse alla Corte Costituzionale".

Saranno presenti in udienza molti dei ricorrenti: Gianni Ferrara, Arturo Scotto, Loredana De Petris, Massimo Cervellini, Alessandro Di Battista, Roberta Lombardi, Stefano Fassina, Alfiero Grandi, Antonello Falomi, Salvatore Formica, Domenico Argondizzo, Enzo Marzo, Giannetto Epifanio, Aldo Tortorella, Andrea Guerrieri, Maria Rosaria Damizia, Mario Angelelli.

Prosegue l'iniziativa legale che mira ad ottenere più ordinanze di rimessione alla Corte Costituzionale, anche se i promotori dei ricorsi hanno già denunciato inerzie e lentezze dei tribunali che invece dovrebbero pronunciarsi entro 30 giorni. Comunque, la Corte costituzionale ha già fissato per il 4 ottobre l'udienza per decidere sulle questioni di incostituzionalità e, a meno di rinnegare i principi della sentenza del 2014 contro il Porcellum, il destino dell'Italicum, così com'è, è segnato", conclude la nota.

8 GIUGNO 2016

CORTE COSTITUZIONALE: SENTENZA N. 129 DEL 2016 GIUDIZIO DI LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE DELL'ART. 16, COMMA 6 DEL D.L. 6 LUGLIO 2012 N. 95

Con la sentenza n. 129/2016 la Corte Costituzionale ha bocciato il taglio incrementale da oltre 7,2 miliardi dei trasferimenti erariali agli enti locali, stabilito dall’articolo 16, comma 6 del dl 95/2012, approvato dal "Governo degli Ottimati" nella fase più acuta delle turbolenze finanziarie che in quel periodo stranamente investirono l’Italia. 
Per recuperare risorse e tranquillizzare i mercati, fu varata una manovra «lacrime e sangue» anche sugli enti territoriali. Nel caso dei comuni, venne previsto un taglio «incrementale», che valeva 2.250 milioni per il 2013, 2,5 miliardi per il 2014 e 2,6 miliardi dal 2015. La sforbiciata ha colpito il fondo sperimentale di riequilibrio, poi sostituito dal fondo di solidarietà comunale. 

Il testo integrale della sentenza:

22 MAGGIO 2016

CORTE COSTITUZIONALE E RICORSI ANTI-ITALICUM: FISSATA AL 4 OTTOBRE 2016 L'UDIENZA PUBBLICA PER LA DISCUSSIONE DEL RICORSO SULLE QUESTIONI DI LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE

Con Decreto del Presidente della Corte Costituzionale, comunicato a cura della Cancelleria della Corte, è stata fissata per il 4 ottobre 2016 l’udienza pubblica per la discussione del ricorso sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Messina con ordinanza del 17-24 febbraio 2016, a seguito del ricorso presentato dagli avv. Enzo PALUMBO, Tommaso e Giuseppe MAGAUDDA e Francesca UGDULENA, anche per conto di altri sette cittadini messinesi  (prof. Girolamo Cotroneo, on. Francesco D’Uva, prof. Giuseppe Rocco Gembillo, dott. Paolo Maria Magaudda, prof. Giuseppe Rao, on. Alessio Villarosa, on. Valentina Zafarana).

Essendo stata fissata la trattazione del ricorso in pubblica udienza, anziché in Camera di Consiglio, appare superata, almeno in questa fase, la questione della eventuale “manifesta infondatezza” delle questioni sollevate.

 

 

 

18 APRILE 2016

IL PLUTOCRATE NICK HANAUER: LA DISUGUAGLIANZA FA MALE ALL'ECONOMIA E ALLA DEMOCRAZIA

TRATTO DA TED TALKS

UN PASSAGGIO SIGNIFICATIVO DEL DISCORSO

Se la ricchezza, il potere e il reddito continuano a concentrarsi verso l’alto, la nostra società passerà da una democrazia capitalista a una società neo-feudale, dominata dalle rendite, come la Francia del 18° secolo. Ossia la Francia prima della rivoluzione, e delle sommosse con i forconi. Ho quindi un messaggio per i miei amici plutocrati e arcimiliardari, e per chiunque viva nella sua isola felice: svegliatevi. Svegliatevi! Non può durare. Se non facciamo qualcosa per correggere queste evidenti diseguaglianze sociali, i forconi arriveranno: nessuna società libera e aperta può sostenere queste crescenti diseguaglianze economiche. Non è mai successo. Non ci sono esempi. Portatemi una società troppo iniqua, e vi mostrerò uno stato di polizia, o un’insurrezione. I forconi arriveranno, se non sistemiamo le cose. Non è questione di se, ma di quando. E quando arriverà sarà terribile per tutti, ma in particolare per i plutocrati come noi. So di sembrare una specie di liberale salvatore del mondo. Non è questo. Non ne faccio una questione morale, quando dico che la diseguaglianza è sbagliata. Dico che l’aumento della diseguaglianza economica è stupida e in definitiva controproducente. La crescita della diseguaglianza non aumenta solo il rischio dei forconi, ma è anche terribile per l’economia reale.

In primo piano gli interventi di Carla Romano, Maria Pia Adamo, Franca Indelicato e Sabrina Castagnoli, Sergio D'Errico, Angelo Fasolo, Angelo Grimaldi. La copertina è stata realizzata dall'Architetto-pittore Italo Gafà di Forlì.

 

 

 

 

 

 

12 GENNAIO 2016

RIFORME COSTITUZIONALI: IN GIOCO C'E' LA DEMOCRAZIA. DISCORSO DI GUSTAVO ZAGREBELSKY

Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).

Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale. Quelle, le radici della Costituzione che c’è. E quelle della Costituzione che si vorrebbe che fosse, quali sono?

Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? A parte la questione, bellamente ignorata, dell’incostituzionalità della legge elettorale in base alla quale essi sono stati eletti; a parte la falsificazione delle maggioranze che quella legge ha comportato, senza la quale non ci sarebbero stati i numeri in Parlamento; a parte tutto ciò, la domanda che deve essere posta è: quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un “non detto” e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale. La posta in gioco non è di natura economica e funzionale (risparmiare sui costi e sui tempi delle decisioni). Se fosse solo questo, si dovrebbe trattare la “riforma” come una riformetta da discutere tecnicamente, incapace di sommuovere acute passioni politiche. Invece, c’è chi la carica d’un significato eccezionale, si atteggia a demiurgo d’una fase politica nuova e dice d’essere pronto a giocarsi su di essa perfino il proprio futuro politico.

Ciò si spiega, per l’appunto, con il “non detto”. Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come suo punto di riferimento l’esecutivo. Viviamo in “tempi esecutivi”! La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari. La partecipazione politica che dovrebbe potersi esprimere nella veritiera rappresentazione del popolo, cioè in Parlamento, a partire dai bisogni, dalle aspirazioni, dagli ideali non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio. Così, del fatto che la metà degli elettori sia lontana dalla politica al punto da non trovare attrattive nell’esercizio del diritto di voto, nessuno si preoccupa: pare anzi che ce ne si rallegri. Il fatto che i sindacati trovino difficoltà nel rappresentare i bisogni dei lavoratori, invece che a spingere a misure che ne rafforzino la capacità rappresentativa, induce ad atteggiamenti sprezzanti e di malcelata soddisfazione. Che i diritti dei lavoratori siano sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese, non fa problema: anzi il ritorno a condizioni pre-costituzionali si considera un fattore di modernizzazione. Che i partiti siano a loro volta ridotti come li vediamo, a sgabelli per l’ascesa alle cariche di governo e poi a intralci da tenere sotto la frusta del capo e di coloro che fanno cerchio attorno a lui, non è nemmeno da denunciare con più d’una parola. A questa desertificazione social-politica  corrisponde perfettamente la legge elettorale. Essa dovrebbe servire a incoronare “la sera stessa delle elezioni” il vincitore, cioè il capo politico che per cinque anni potrà governare controllando il Parlamento attraverso il controllo del partito di cui è capo. La piramide si è progressivamente rovesciata e non abbiamo fatto il necessario per impedirlo. La democrazia dalle larghe basi voluta dalla Costituzione è stata sostituita da un regime guidato dall’alto dove si coagulano interessi sottratti alle responsabilità democratiche. L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva.

Può essere che questo è quanto richiedono i tempi che viviamo, i tempi dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali per tenere il passo sempre più veloce della concorrenza.

Può essere che solo a queste condizioni il nostro Paese sia annoverabile tra i virtuosi, nei quali la finanza sovrana consideri conveniente investire le sue immani risorse; cioè, in termini più realistici, consideri conveniente venire a comperarci, approfittando delle tante privatizzazioni che segnano l’arretramento dello Stato a favore degli interessi del mercato. Gli inviti che provengono dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono univoci. I moniti che provengono dall’Europa (“ce lo chiede l’Europa”) sono dello stesso segno. Perfino una banca d’affari (gli “analisti” della J.P. Morgan) ha dettato la propria agenda, nella quale è scritta anche la riduzione degli spazi di democrazia che le costituzioni antifasciste del II dopoguerra (è detto proprio così e nessuno, tra le autorità che avrebbero il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione, ha protestato) hanno garantito ai popoli usciti dalle dittature. La riforma della Costituzione, promossa, anzi imposta dall’esecutivo, s’inserisce in questo contesto generale. Il “non detto” è qui. Occorre dimostrare d’essere capaci di rispondere alle richieste. Se, come si dice nella prosa degenerata del nostro tempo, non si riesce a “portare a casa” il risultato, viene meno la fiducia di cui i governi esecutivi devono godere rispetto ai centri di potere che stanno sopra di loro e da cui, alla fine dipende la loro legittimazione tecnica. La chiamiamo “riforma costituzionale”, ma è una “riforma esecutiva”. Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla.

I singoli contenuti della riforma importano poco o nulla di fronte al significato politico. Contano così poco che chi avesse voglia di leggere e cercare di capire ciò su cui ci si chiede di esprimerci nel referendum resterebbe sconcertato. A parte la lingua, a parte la tecnica più da “decreto mille proroghe” che da Costituzione (si veda il modo di elencare le competenze del nuovo Senato), non si arretra né di fronte alle leggi della matematica e della sintassi, né alle esigenze della logica. Si prenda quello che viene presentato come il cuore della riforma, il nuovo Senato: 95 senatori che rappresentano Regioni e Comuni, più cinque che “possono essere nominati” dal Presidente della Repubblica. Quale logica regga un mélange come questo, che poteva spiegarsi nel vecchio Senato che portava tracce di storia costituzionale pre-repubblicana, sfugge. Ogni Regione “ha” (sic!) almeno due senatori, e così anche le Province di Trento e Bolzano. Se si ritiene (ma non è chiaro) che tra i due non sia compreso il sindaco, che dunque si deve aggiungere al numero fisso minimo per ogni Regione, il conto è presto fatto: le Regioni sono 20; venti per 2 fa 40. A ciò si aggiungono 4 senatori per le Province anzidette, e fa 44. Si aggiungono i 22 senatori eletti tra i sindaci, uno per ciascuno dai consigli regionali e provinciali e fa 66. 95 meno 66 fa 29. Questi 29 seggi senatoriali dovrebbero servire a garantire la “ripartizione proporzionale” tra le Regioni, secondo le rispettive popolazioni! 29/20! Se si fa qualche calcolo, risulta tutto meno che la proporzionalità che pure è prevista dal IV comma dell’art. 2. Non cambia di molto il risultato, se il sindaco entra a far parte del numero due garantito a ogni regione. È un guazzabuglio di logiche diverse: la garanzia di almeno due posti in Senato corrisponde all’idea della rappresentanza degli Enti regionali, ma la distribuzione proporzionale dei seggi ulteriori corrisponde invece all’idea che, a essere rappresentate sono le popolazioni. Per non parlare del caso del Trentino Alto Adige che si troverebbe ad “avere” 6 senatori, due per ciascuna Provincia e due per la Regione (a meno che si sostenga, contro ciò che dice lo Statuto speciale, che il Trentino non è una Regione, ma è semplicemente la risultante delle due Province, nel qual caso avrebbe comunque quattro senatori). Anzi, forse ne avrebbe 7, calcolando il sindaco fuori del numero minimo di due, garantito alla Regione. Qual è il filo conduttore ha seguito il legislatore costituzionale? Ma c’è un filo conduttore o siamo allo sbando?

L’art. 2 avrebbe dovuto superare lo scoglio su cui, per un certo periodo, sembrava doversi incagliare la riforma: l’elezione indiretta o diretta. È storia parlamentare nota e non merita d’essere raccontata ancora una volta. Si è creduto di superare l’ostacolo lasciando ferma l’elezione da parte dei Consigli regionali e provinciali: dunque, elezione indiretta, aggiungendo però, in un comma (il V) che tratta di tutt’altro (la durata del mandato dei senatori), lo shibbolleth: eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo” dei Consigli regionali e provinciali. Bel rompicapo! Se “in conformità” significa che i Consigli non dispongono di poteri di scelta autonoma, l’elezione non è più un’elezione ma è una ratifica. Se possono operare scelte, è la “conformità” a essere contraddetta. In più, il II comma stabilisce che i Consigli “eleggono con metodo proporzionale”: presumibilmente, in proporzione alla consistenza dei gruppi consiliari. Ma gli elettori si esprimono sulle persone. I gruppi consiliari si formano dopo. Come può esserci “conformità” quando non c’è omogeneità delle volizioni? Come può esserci proporzionalità, inoltre, se si tratta di assegnare due posti o pochi di più?

Questo articolo 2 è esempio preclaro del modo con cui si è giunti all’approvazione della riforma. Essendo prevalsa l’opinabile opinione secondo la quale nella “lettura” del Senato si sarebbe potuto intervenire solo su norme modificate dalla Camera, si è sfruttata la circostanza che alla Camera, in quel V comma, si era sostituito un “nei” con un “dai” per appiccicarci  “la conformità”, oltretutto con una virgola e un inciso sintatticamente scorretti. Tutte queste difficoltà dovranno essere affrontate in una legge di attuazione. Ma, ci può essere attuazione di contraddizioni?

Queste considerazioni precedono la discussione circa l’opportunità di superare il c.d. bicameralismo perfetto, opportunità peraltro da gran tempo largamente condivisa. Ma, una cosa è il cambiare, un’altra è il come cambiare. Siamo di fronte a un testo incomprensibile. Verrebbe voglia di interrogare i fautori della riforma – innanzitutto il presidente della Repubblica di allora, il presidente del Consiglio, il ministro -  e chiedere, come ci chiedevano a scuola: dite con parole vostre che cosa avete capito. Qui, addirittura, che cosa avete capito di quello che avete fatto? Saprebbero rispondere? E noi, che cosa possiamo capirci?

 

 

 

3 NOVEMBRE 2015

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE SULLA RIDUZIONE DELLE REGIONI ITALIANE DALLE ATTUALI 20 A 12

Tra due mesi forse si potrà entrare nel vivo di una delle riforme più complesse (e importanti) all'ordine del giorno: quella delle Regioni. Entro sessanta giorni, infatti, il governo riceverà la relazione della Commissione tecnica appena costituita per definire il perimetro istituzionale della riforma. L'idea è dei parlamentari PD Roberto Morassut e Raffaele Ranucci. La proposta di legge è stata presentata alla Camera dei deputati. 

 

 

3 SETTEMBRE 2015

QUOTE DI PROPRIETA' AZIONARIA SOTTO IL 50% NELLE AZIENDE EX MUNICIPALIZZATE IN EMILIA ROMAGNA, MILANO E BRESCIA

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Il Gabinetto Renzi da tempo ha avviato una politica declinata alla privatizzazione che escluda (o limiti le quote di proprietà) gli enti pubblici territoriali dalle società formatesi a livello regionale e comunale. Gli effetti della spinta privatizzatrice dell’esecutivo renziano stanno avendo una ricaduta nella Regione Emilia Romagna e nelle città di Milano e Brescia dove le pubblic utilities non vedono più il controllo maggioritario delle istituzioni locali.

Ad aprile a fare da apripista è stato il gruppo “HERA” (società “multiutility” che si occupa dei servizi ambientali, idrici e energetici), retto da un patto sindacale intercorrente fra circa 50 comuni dell’Emilia-Romagna, la cui assemblea dei soci ha votato, quasi all’unanimità, il passaggio da una società completamente a controllo pubblico ad una società con prevalenza pubblica.

Nello stesso solco privatizzatore i Comuni di Milano e Brescia i quali ora controllano solo il 25% (quota di ciascun Comune) della società “A2a” (che offre gli stessi servizi di “Hera”).

Va sottolineato che queste società gestiscono, oltre a molti servizi fondamentali per i cittadini, anche l’erogazione dell’acqua. La decisione delle assemblee dei soci, collide con la volontà popolare espressa nel vittorioso referendum del 2011 contro la c.d. “privatizzazione dell’acqua”. Infatti ogni ipotesi di privatizzazione dell’acqua fu letteralmente seppellita da 27 milioni di voti che abrogarono definitivamente la norma contenuta all’art. 23 bis della legge n. 133/2008 (che stabiliva che l’affidamento del servizio idrico potesse andare a soggetti privati tramite una società mista pubblico-privata).

Quella privatizzazione voluta dall’allora governo Berlusconi fu respinta grazie all’azione dei Comitati per l’acqua pubblica. Una decisione che sta rientrando con alcune operazioni appoggiate da sindaci e presidenti di Regione (Pisapia a Milano, Pizzarotti a Parma, Del Bono a Brescia, Bonaccini per l’Emilia Romagna).

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24 GIUGNO 2015

CORTE COSTITUZIONALE: IL BLOCCO DEI CONTRATTI DEI DIPENDENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E' ILLEGITTIMO, MA NON PER IL PASSATO

«La Corte Costituzionale in relazione alle questioni di legittimità costituzionale sollevate con le ordinanze R.O. n. 76/2014 e R.O. n. 125/2014, ha dichiarato, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, l'illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, quale risultante dalle norme impugnate e da quelle che lo hanno prorogato. La Corte ha respinto le restanti censure proposte». 

La pronuncia della Corte non ha effetto retroattivo. I giudici della Corte Costituzionale hanno disinnescato quella che poteva rappresentare una grossa difficoltà per i conti pubblici.

Dunque, è illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi dei dipendenti della P.A., ma non per il passato. È questa la decisione della Corte Costituzionale, chiamata a esaminare la legittimità delle norme che hanno imposto il blocco dei contratti e degli stipendi nella Pubblica Amministrazione.

 

 

 

18 GIUGNO 2015

BCE: ALLARME PENSIONI IN EUROPA (E IN ITALIA)

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Prima si inneggia al Job’s Act, una riforma che rende “flessibile” (cioè precario) il lavoro e poi si constata che gli italiani non fanno figli e i giovani non si sposano. Come si mantiene una famiglia con un contratto di lavoro a tempo determinato e uno stipendio incerto?

L’Italia è un paese per vecchi. Dalla BCE arriva l’allarme: l’Italia (così come anche altri paesi dell’Unione Europea) dovrà scontare due fattori negativi per i suoi conti pubblici: l’invecchiamento della popolazione e l’assenza di riforme radicali. Ma guardando oltre le parole di Draghi, se per il secondo punto la responsabilità è addebitabile all’inerzia di una classe politica mediocre (ma poi quali riforme?), per il primo punto  (l’invecchiamento demografico) invece si tratta di una totale impossibilità da parte dei giovani di poter creare una famiglia senza un lavoro stabile e soprattutto ancor meno tutelato “grazie” al Job’s Act ed alle leggi precedenti che hanno reso sempre più flessibile (leggasi debole) la posizione e i diritti dei lavoratori, soprattutto dei giovani. Come si può pretendere di poter mettere su famiglia senza la sicurezza e di poter garantire un tetto ed una vita dignitosa?

Il problema non si risolverà con i tagli e mettendo le generazioni in conflitto (guerra tra poveri), sono invece necessari interventi per separare i due più grandi centri di costo dell'INPS: i pagamenti dell'assistenza sociale, dai pagamenti delle pensioni (le entrate in conto previdenza sono in buona parte alimentate dai versamenti mensili dei contributi previdenziali dei lavoratori e dalle imprese). Poi sarà inevitabile rivedere la riforma "Fornero", le aziende e le amministrazioni pubbliche si sono trasformate in veri e propri "lazzaretti", dipendenti sempre più anziani, spesso con problemi di salute, demotivati, ricoprono ruoli che invece dovrebbero essere affidati ai giovani. Questi, all'inizio verrebbero affiancati dai colleghi anziani che negli ultimi due anni di servizio dovrebbero permettere di acquisire ai giovani colleghi le conoscenze pratiche che consentono di capire il funzionamento reale dell'organizzazione, l'organigramma, il regolamento interno e tutto ciò che costituisce la struttura formale dell'organizzazione, cioè le strutture gerarchiche di compiti, di catene di comando e di circuiti di comunicazione.

Difficile invece pensare che la scelta di legalizzare il precariato a vita possa permettere di risolvere sul lungo termine la situazione. 

Angelo Grimaldi

 

 

 

 

30 MAGGIO 2015

FESTIVAL DELL'ECONOMIA (TRENTO). STIGLITZ: "RISCRIVIAMO ORA LE REGOLE DEL CAPITALISMO"

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"La disuguaglianza è la conseguenza delle politiche che si mettono in campo e dunque possiamo contrastarla". Questo il messaggio di speranza che il Nobel per l'economia Joseph Stiglitz lancia al Festival dell'Economia di Trento.
Il consigliere di Hillary Clinton ha raccontato al pubblico, accorso in massa per ascoltarlo, che fin da giovane si è dedicato allo studio delle disuguaglianze, rendendosi conto che proprio gli Stati Uniti erano il Paese industrializzato con i maggiori livelli di divario fra ricchi e poveri e che il cosiddetto sogno americano era solo un mito. "L’aspetto più spiacevole della disuguaglianza – ha detto – è la conseguente disparità di opportunità".

"Per anni molti economisti – ha ricordato Stiglitz – hanno evitato di studiare il fenomeno della disuguaglianza, considerandolo una questione controversa. La disuguaglianza e' cresciuta notevolmente negli ultimi decenni, anche in Europa". Il Prof. Stiglitz ha poi ricordato che il paese dove vi sono meno differenze sociali e' la Danimarca mentre Stati Uniti, Gran Bretagna ed Italia sono ai vertici mondiali. "La prospettiva di un giovane americano – ha detto Il premio Nobel – dipende di più dal reddito dei genitori che dalle sue capacità o dal suo livello di istruzione".
"Possiamo intervenire per cambiare le politiche che generano la disuguaglianza – ha detto Stiglitz – ma dobbiamo intervenire rapidamente, non bastano piccoli aggiustamenti, servono cambiamenti fondamentali ed urgenti. Serve capirne molto meglio le cause e riscrivere le regole dell'economia capitalistica, altrimenti fra 30 anni avremo una società ancora più diseguale". "Il problema – ha concluso – non è il capitalismo del 21° secolo, ma le politiche che si mettono in campo".

17 MAGGIO 2015

IL COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE HA AFFIDATO L'INCARICO ALL'AVV. FELICE BESOSTRI DI IMPOSTARE UNA STRATEGIA GIUDIZIARIA CONTRO L'ITALICUM

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La nuova legge elettorale è incostituzionale, dobbiamo portarla davanti alla Corte costituzionale al più presto promuovendo ricorsi in tutta Italia”, dichiara l’avvocato Felice Besostri, uno dei legali che dopo sette anni di battaglie riuscirono a far giudicare incostituzionale dalla Consulta il “Porcellum”. L'Avv. Besostri ha ricevuto l’incarico di impostare la strategia giudiziaria contro l’ “Italicum” dal Coordinamento per la democrazia costituzionale, network di associazioni, comitati e giuristi che ha deciso di intraprendere anche la via del referendum abrogativo. “In tutte le 26 sedi di Corte d’appello italiane” – spiega Besostri – “come cittadini-elettori presenteremo ricorsi alla magistratura, confidando di trovare almeno un giudice che rinvii il fascicolo alla Corte costituzionale“.  L’iter potrebbe essere più rapido di quello contro il “Porcellum”. “Dipende dai giudici, l’altra volta dovemmo arrivare fino in Cassazione, ecco perché i tempi furono lunghi; questa volta ci prefiggiamo di arrivare a un rinvio alla Consulta entro la fine di giugno del 2016, prima cioè dell’entrata in vigore effettiva della legge”. Nel frattempo il parlamento in seduta comune dovrà nominare i due membri tuttora mancanti all’organico della Consulta, più un terzo in scadenza a luglio.

5 MAGGIO 2015

ITALICUM: COME FUNZIONA LA NUOVA LEGGE ELETTORALE

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La nuova legge elettorale si applica solo per la Camera dei deputati, in vista delle riforme costituzionali che porteranno il Senato della Repubblica a non essere più direttamente elettivo. Per avere il tempo di approvare quest’ultima riforma, nell’Italicum è stata inserita una clausola che ne prevede l’entrata in vigore dal primo luglio del 2016. L’Italicum è un sistema elettorale proporzionale – il numero di seggi verrà assegnato in proporzione al numero di voti ricevuti – e il calcolo sarà fatto su base nazionale, ma modificato fortemente da un premio di maggioranza. E poi:

– la singola lista che supera il 40 per cento dei voti ottiene un premio di maggioranza raggiungendo in tutto 340 seggi, cioè il 55 per cento del totale.

– se nessuna singola lista supera il 40 per cento dei voti è previsto un secondo turno, cioè un ballottaggio tra le due liste che hanno ottenuto più voti. La lista che prende più voti dell’altra al ballottaggio ottiene il premio di maggioranza. Fra il primo e il secondo turno non sono possibili apparentamenti o collegamenti di lista: competono le liste così come sono state presentate all’inizio.

– è prevista una soglia di sbarramento del 3% per ottenere seggi.

– saranno costituiti 100 collegi che comprenderanno fino a 600mila persone. Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige saranno escluse dal sistema proporzionale: lì si voterà in nove collegi uninominali come già previsto dal precedente sistema elettorale. Ogni lista presenterà in ogni collegio una lista di candidati; ogni elettore potrà scegliere nel suo collegio un simbolo e uno o due candidati da votare.

– ci saranno le candidature multiple: i capilista – ma solo loro – potranno cioè essere inseriti nelle liste in più di un collegio, come già accadeva nel Porcellum, fino a un massimo di 10 collegi.

– ci saranno quindi cento capilista, uno per ogni collegio, scelti direttamente dai partiti. Prima sono eletti i capilista, poi – se avanzano posti – i candidati eletti con le preferenze. Dal secondo eletto in poi intervengono le preferenze e ogni elettore o elettrice ne potrà esprimere due: obbligatoriamente un uomo e una donna, pena la nullità della seconda preferenza. Tra i capilista non più del 60 per cento sarà dello stesso sesso.

L’Italicum è legge ed entrerà in vigore nel mese di luglio 2016. La nuova legge elettorale per l’elezione della Camera dei deputati è stata approvata con 334 sì, 61 no e 4 astenuti: i voti favorevoli sono meno di quelli preventivati dal governo. Tutte le forze di opposizione (ad eccezione degli ex M5S di Alternativa libera e di alcuni singoli deputati) hanno lasciato l’Aula al momento del voto finale.

Oggi in Aula l'esame degli ordini del giorno e il voto finale del testo unificato delle proposte di legge: Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Approvate, in un testo unificato, dalla Camera e modificate dal Senato). 

 

 

22 APRILE 2015

ITALICUM. IL PUNTO SULLA SOSTITUZIONE DI 10 DEPUTATI DELLA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

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Lunedì sera l’ufficio di presidenza del gruppo parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei deputati ha deciso di sostituire dieci membri della commissione Affari Costituzionali che si erano detti contrari al DDL elettorale (Italicum), proposto e sostenuto dal segretario Matteo Renzi e dalla maggioranza del partito. I deputati sostituiti sono Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Andrea Giorgis, Alfredo D’Attorre, Enzo Lattuca, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini e Marco Meloni. I nomi dei deputati che prenderanno il loro posto saranno annunciati martedì prima dell’inizio del voto sugli emendamenti all’Italicum, previsto per le 14.30.

Secondo molti quotidiani, queste sostituzioni sono “ad hoc” e non definitive: valide solo per l’esame dell’Italicum, allo scopo di garantire che in commissione il PD mantenga la linea decisa dall’assemblea dei deputati e dalla direzione del partito (ma con l’uscita dall’aula dei membri della minoranza, in entrambi i casi, e con le dimissioni del capogruppo del PD alla Camera, Roberto Speranza). Dopo i lavori in commissione, la Camera dei deputati  inizierà a discutere la legge elettorale il 27 aprile: se dovesse essere approvata senza ulteriori modifiche, diventerà legge ed entrerà ufficialmente in vigore nel 2016. Qualora la commissione o l’aula dovessero approvare la legge modificandola, questa tornerebbe al Senato; qualora la commissione dovesse modificarla prima dell’arrivo in aula, il governo avrebbe difficoltà a porre la questione di fiducia, come diversi giornali scrivono.

L’opposizione ha protestato per la decisione del PD. Sia Forza Italia che SEL, la Lega e il M5S hanno annunciato che rinunceranno a partecipare ai lavori in commissione, mentre Scelta Civica rimarrà a discutere i suoi cinque emendamenti. Lorenzo Guerini, vicesegretario del PD, ha detto: «C’è molta strumentalità. La voglia di fare cagnara intorno a questo passaggio non credo sia un servizio al lavoro parlamentare né al paese». Stefano Fassina, della minoranza del PD, ha detto: «Non voterei la fiducia nemmeno se condividessi la legge al cento per cento. Sulla legge elettorale la fiducia è invotabile. Lo è per principio». Matteo Orfini, presidente del PD, ha detto: «Io penso che non servirà mettere la fiducia sulla legge elettorale, perché il PD saprà essere unito in aula, se il PD è unito non c’è bisogno della fiducia e io spero e credo che lo sarà. La minoranza ha un grande spazio in questo partito, molte delle loro idee sono state accolte. Sulla legge elettorale l’85 per cento delle proposte della minoranza sono diventate parte fondante della legge».

18 APRILE 2015

LA RIFORMA COSTITUZIONALE SI PUO' CAMBIARE. TRATTATIVA APERTA CON PIERLUIGI BERSANI

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Cambiare la riforma costituzionale si può. E si può anche tornare al Senato della Repubblica elettivo. Purché finisca il bicameralismo perfetto. Matteo Renzi, presidente del consiglio dei ministri in viaggio negli USA, apre così alla trattativa con la minoranza del Partito Democratico sulla riforma costituzionale e rivela: nella battaglia di questi giorni sul DDL elettorale (Italicum) si è verificato un datto nuovo, ormai è Pier Luigi Bersani a guidare la minoranza del partito. E questo a Matteo Renzi non dispiace affatto, perché, dice, " la minoranza la guida Bersani e Pierluigi ieri ha aperto la trattativa". Insomma, si negozia con una certezza: "Sull'Italicum sono tranquillo,  i voti ci saranno in ogni caso", anche con il voto segreto, perché una parte di FI non si tirerà indietro. Questo è un tema che ci porremo a fine aprile. Mi sembra più una questione procedurale che politica. Vedremo". Matteo Renzi non sembra preoccupato per l'eventualità che siano molti i deputati democratici a votare contro il DDL elettorale (Italicum), e spiega che in ogni caso non saranno presi provvedimenti contro i dissidenti:  "Non prenderemo provvedimenti. Non lo abbiamo mai fatto. Nemmeno quando alcuni non hanno votato il Jobs act. Certo, se poi la legge non passa allora il discorso cambia. Eppure io non vedo rischi: sono una quarantina quelli davvero pronti a fare le barricate. Ma la mia impressione  è che i critici siano comunque divisi tra di loro. Ho visto almeno quattro anime diverse dentro la minoranza".

 

 

 

 

31 MARZO 2015

LA DISOCCUPAZIONE SECONDO I DATI ISTAT

Dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, a febbraio 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,2% (-44 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell'ultimo mese di 0,1 punti percentuali. Rispetto a febbraio 2014, l'occupazione è cresciuta dello 0,4% (+93 mila) e il tasso di occupazione di 0,2 punti.

I disoccupati aumentano su base mensile dello 0,7% (+23 mila). Dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un'ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% (+67 mila).

Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni mostra un lieve incremento nell'ultimo mese (+0,1%), rimanendo su valori prossimi a quelli dei due mesi precedenti. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36,0%, contro il 36,4% di febbraio 2014. Su base annua gli inattivi diminuiscono dell'1,4% (-204 mila).

Commento di Angelo Grimaldi

Rimaniamo in attesa dei vantati e miracolosi effetti del "Jobs Act" sul mondo del lavoro. Restiamo convinti, invece, che la domanda di lavoro non dipenda dalle norme del corredo giuridico, ma da fattori strettamente economici e dalle politiche che i governi intendono adottare per stimolare la domanda interna (in questo momento ancora bassa) e per questa via far aumentare, nel medio periodo, la domanda di beni strumentali da parte delle imprese. La sola politica monetaria espansiva non può assicurare l'aumento del traffico economico, cioè l'aumento dei consumi e di beni durevoli; di conseguenza, restando stagnante il livello generale della domanda interna, le imprese nel breve e medio periodo non potranno aumentare il loro volume di produzione, quindi la domanda di lavoro rimane ai livelli dati. L'aumento e il decremento degli occupati nel brevissimo periodo in realtà rappresentano il risultato di aumenti stagionali di vendite o l'impiego saltuario o di breve periodo di giovani lavoratori nei programmi governativi (Garanzia Giovani, formazione, Servizio Civile, ecc.).  

Se i governi dei singoli Stati europei (di qualsiasi fede politica, ammesso che esista ancora una "weltanschauung") non decideranno di abbandonare le politiche economiche "mitologiche", come i vincoli e i parametri europei (il 3% del deficit, il 60% del debito pubblico, il pareggio del bilancio, ecc.), che hanno natura burocratica e giuridica e sono conseguentemente estranei non solo ai processi economici, alla produzione e alla distribuzione del reddito, ma anche alla stessa natura potestativa dello Stato, la situazione economica potrebbe rimanere stagnante o addirittura deteriorarsi. 

E' come se ogni singolo Stato per deliberato masochismo statuale abbia deciso di incatenarsi: non potendo più muoversi con gli strumenti politici propri di uno Stato sovrano, non potrà adottare politiche fiscali per rimuovere gli ostacoli e le difficoltà delle famiglie, dei giovani senza lavoro, degli ultracinquantenni che l'hanno perso (e non lo troveranno mai più), delle piccole e medie imprese in forte difficoltà, degli insegnanti precari, dei pensionati a basso reddito, di 10 milioni di italiani poveri, ecc.

Tutta l'attività e la forza politica delle opposizioni parlamentari  e della società civile si dovrà indirizzare contro gli aspetti mitologici delle politiche economiche.  

 

     

     

    12 MARZO 2015

    CAMERA DEI DEPUTATI: INFOGRAFICHE SULLE RIFORME COSTITUZIONALI

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    11 MARZO 2015

    RIFORME COSTITUZIONALI: REFERENDUM IN VISTA

    Nonostante la minoranza del PD continui a più voci a chiedere a Matteo Renzi ulteriori modifiche la verità è che il DDL sulle riforme costituzionali nei suoi punti essenziali non è più emendabile. Il Senato della Repubblica, infatti, si dovrà esprimere in seconda lettura, e a maggioranza semplice, solo sulle parti nel frattempo modificate dalla Camera dei deputati. Si tratta di modifiche richieste proprio dalla minoranza del PD, come l'innalzamento del quorum per eleggere il Presidente della Repubblica o l'estensione del sindacato di legittimità preventiva della Corte Costituzionale anche allla legge elettorale, che non toccano l'impianto del DDL: sulla composizione del Senato della Repubblica e sulla non elettività dei nuovi senatori non sarà possibile presentare emendamenti. 

    Si ricorda che l'articolo 138 della Costituzione prevede che se una legge di modifica costituzionale non è approvata da entrambi i rami del Parlamento con la maggioranza dei due terzi, questa può essere sottoposta a referendum popolare confermativo entro 3 mesi dall'ultima approvazione: la richiesta può essere fatta da un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali. Finora si sono tenuti in Italia due referendum confermativi, per i quali non è previsto alcun quorum: il primo, nel 2001, confermò la riforma federalista del Titolo V votata a maggioranza dal centrosinistra allora al governo; il secondo, nel 2006, bocciò invece la riforma della seconda parte della Costituzione votata a maggioranza durante il governo Berlusconi. La legge 352 del '70 che regola i referendum prevede dei tempi tecnici non inferiori ai sette mesi: quindi se il via definitivo avverrà prima dell'estate come prevede il governo, ill referendum potrà tenersi a febbraio 2016. 

    7 MARZO 2015

    PUBBLICATI I DECRETI LEGISLATIVI IN MATERIA DI CONTRATTO DI LAVORO E AMMORTIZZATORI SOCIALI (JOBS ACT)

    decreti legislativi

    Sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 54 del 6 marzo 2015 i seguenti decreti:

    1) Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22, Disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183;

    2) Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183.

    QUI I TESTI:

    26 FEBBRAIO 2015

    DECRETAZIONE D'URGENZA E REGIME COSTITUZIONALE DI ANGELO GRIMALDI

    26 febbraio 2015

    Quello dei decreti, a quanto pare, è un problema antico. Infatti, circa 2500 anni fa Aristotele descrivendo un tipo di democrazia scriveva: “Viene, infine la democrazia in cui la moltitudine non riconosce più la sovranità della legge, ma si arroga per intero la sovranità e la esercita per mezzo di decreti… Un monarca dalle mille teste che si rifiuta di sottostare alla legge e che vuol farla da despota: tale il regime. Tale forma di democrazia è, perciò, nel suo genere quel che la tirannide è rispetto alla monarchia. Invece di preferire i cittadini migliori, li opprime e mette in onore gli adulatori. Ed ecco sorgere una razza la quale non appare mai finché la legge impera sovrana, e che sorge infallibilmente quando essa non è più tale: la razza dei demagoghi. Due sono i metodi di azione. Da un lato, essi foggiano i decreti abusivi che conferiscono ogni potere al popolo, perché la loro potenza può solo avvantaggiarsi da un ampliamento della sovranità del popolo di cui sono i padroni…. Quando una democrazia è pervenuta al punto da far tutto per via di decreti, non v’è più politeia, non v’è più vero regime costituzionale. Affinché questo esista, è necessario, infatti, che la legge sia sovrana, assoluta, che essa fissi le decisioni d’ordine generale e che i magistrati risolvano in base ai suoi principi i vari problemi particolari. Uno Stato in cui si faccia tutto per via di decreti non è, a ben guardare, una vera democrazia”.

    Invito i lettori a riflettere sull’impressionante attualità di queste ormai lontane riflessioni critiche.              

     

     

    22 FEBBRAIO 2015

    INSEGNANTI: ASSUNZIONI SOLO TRAMITE CONCORSO PUBBLICO? LE RAGIONI DI UNA CRITICA DI ANGELO GRIMALDI

    insegnanti

    La ministra dell'Istruzione dice sì a un piano di assunzioni straordinario da effettuare “soltanto tramite concorso pubblico“, per smettere così di rassegnarsi alla “babele delle graduatorie“. Ovviamente non sono mancate le proteste dei precari, che interrompono il presidente del Consiglio Matteo Renzi poco prima dell’inizio del suo intervento alla giornata ‘La scuola cambia, cambia l’Italia‘ promossa dal Pd".  “Fateci parlare abbiamo diritto di dire la nostra”, hanno detto dalla platea alcuni docenti. “Sono un insegnante precario, anch’io sono iscritto al PD e voglio dire la mia davanti a tutti”, dice uno dei contestatori, aggiungendo che quello che sta andando in scena oggi “è solo demagogia“.

    Si vogliono abrogare le graduatorie? Sarebbe un gravissimo errore: non si diventa docenti di una disciplina vincendo un concorso pubblico (diciamolo chiaramente che i concorsi pubblici in generale, ed in modo particolare i concorsi a cattedra, sono appannaggio prevalentemente dei più raccomandati; al riguardo posso citare tanta cronaca giudiziaria), bensì solo insegnando. Homines dum docent discunt (Seneca). Con l'insegnarlo agli altri si impara meglio ciò che già si conosce. Non si può ottenere un'abilitazione ex ante, basata sul superamento formale di un concorso pubblico, l'abilitazione si dovrebbe conseguire al termine di un determinato periodo di attività di insegnamento o di altra attività professionale (avvocato, dottore commercialista, medico-chirurgo, consulente del lavoro, ingegnere, ecc.), quindi solo ex post, cioè a posteriori.

    E' stato un grossolano errore l'aver abrogato, sulla fine degli anni '90, il vecchio sistema di reclutamento (che sarebbe, invece, da introdurre in tutta fretta). Gli insegnanti si reclutavano attraverso tre graduatorie, due provinciali ed una di istituto. Ad una graduatoria provinciale, gestita dall'Ufficio Scolastico Provinciale (ex Provveditorato agli Studi), venivano inseriti i docenti abilitati, nell'altra graduatoria provinciale venivano inseriti i docenti non abilitati. Gli incarichi di insegnamento venivano conferiti dal Provveditore per l'intero anno scolastico. Le graduatorie di istituto (al massimo si potevano esprimere 20 sedi) rappresentavano un'ulteriore opportunità di insegnamento che consentiva agli aspiranti docenti, non convocati dal Provveditore agli Studi, di essere destinatari di una supplenza fino al termine dell'attività didattica o una supplenza più o meno breve, conferita dagli ex presidi. Per conseguire l'abilitazione non è necessario frequentare e superare corsi  post laurea biennali, TFA, ecc., ecc. E' necessario, a mio avviso, rendere più seri i Corsi di laurea attraverso l'introduzione nei singoli piani di studio delle materie (obbligatorie) che poi si andranno ad insegnare. Per abilitarsi basterebbero tre anni di insegnamento, anche non continuativi, conseguiti senza note di demerito. Al rinnovo, il docente, così abilitato, si iscriverebbe nelle gradutorie provinciali degli abilitati, dalle quali gradatamente, e comunque secondo il piano di assunzioni programmato di anno in anno dal MIUR, verrebbe a trovarsi destinatario di un contratto di insegnamento a tempo indeterminato.

    Non è corretto illudere i giovani aspiranti docenti che si accede nella Scuola con i concorsoni nel rispetto, solo formale, dell'articolo 97 della Carta Costituzionale. La Scuola con  il docente incaricato instaura (o dovrebbe instaurare) un rapporto professionale, la valutazione della preparazione sotto il profilo sostanziale spetterebbe ai discenti con la compilazione della "customer satisfaction" e, sotto il profilo della correttezza deontologica, spetterebbe alla commissione di Istituto che valuterebbe il profilo formale e documentale del docente.

    Angelo Grimaldi

    PROROGA DI TERMINI PREVISTI DA DISPOSIZIONI LEGISLATIVE D.L. 192/A.C. 2803

    20 FEBBRAIO 2015

    CIRCOLARE N.2/2015 DEL MINISTERO PER LA SEMPLIFICAZIONE E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - SOPPRESSIONE DEL TRATTENIMENTO IN SERVIZIO, INTERPRETAZIONE E APPLICAZIONE DELL'ART. 1 DEL DECRETO LEGGE 24 GIUGNO 2014, N. 90, CONVERTITO CON MODIFICHE DALLA LEGGE 11 AGOSTO 2014 N. 114

    15 FEBBRAIO 2015

    MATTEO RENZI, IL PARTITO DEMOCRATICO ED ALTRI PARTITI DELLA MAGGIORANZA STANNO MODIFICANDO LA COSTITUZIONE DA SOLI

    15 febbraio 2015

    Gianni Cuperlo dichiara: "Cambiare 40 articoli della Costituzione con metà dell’emiciclo disertata sarebbe una sconfitta per tutti bisogna fare ogni sforzo per evitarlo".  A Matteo Renzi non importa. Vuole chiudere la riforma costituzionale entro la prima settimana di marzo. Avanti come un bulldozer, anche a costo di rimanere solo. A furia di non guardarsi indietro i mal di pancia, anche all'interno del PD, aumentano. Nelle ultime ore si sono rifatti vivi i malumori della minoranza democratica. L'on. Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera dei deputati, avverte che se a marzo, al momento del voto finale sulle riforme, si dovesse ripetere l’assenza di tutte le opposizioni, la sinistra del PD non prenderebbe parte al voto stesso. "Renzi lasci le battute ai comici", intima Stefano Fassina ricordando a Matteo Renzi che "non è il più forte a fare le regole".

    Se la minoranza del PD minacia di non votare più in linea con il partito, i deputati del M5S minacciano di dimettersi per far cadere il parlamento e tornare al voto. "Siamo al limite del colpo di Stato bianco, quello che non si fa con i carri armati e rastrellamenti, ma con colpi di mano di maggioranza - tuona Beppe Grillo dal blog - c'è una sola via d’uscita: sciogliere il parlamento ed andare subito a nuove elezioni". Una proposta che il deputato 5S Alfonso Bonafede rigira a tutte le opposizioni: "Noi siamo pronti a dimetterci. Certo, questo ha un senso se tutte le opposizioni lo fanno. Quindi chiedo alle altre forze di opposizione di seguirci".

    14 FEBBRAIO 2014

    RIFORME COSTITUZIONALI, APPROVATI NELLA NOTTE CON AULA SEMIVUOTA TUTTI GLI ARTICOLI DEL DDL

    14 febbraio 2015

    Dopo una lunga maratona notturna e l’abbandono dell’Aula da parte delle opposizioni, l’assemblea della Camera dei deputati ha concluso l’esame degli emendamenti al DDL sulle riforme costituzionali. Il via libera finale al testo da parte della Camera dei deputati (il secondo dei quattro passaggi necessari, dopo i quali ci sarà il referendum) è atteso per i primi giorni di marzo. Il presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi era in Aula.

    Gli ultimi quattro articoli (dal 38 al 41) sono stati approvati quasi all’alba in un’Aula semivuota: l’ultima è stata salutata con un applauso dai deputati del PD, che si sono alzati in piedi. Mentre Renzi su twitter scriveva: «Grazie alla tenacia dei deputati terminati i voti sulla seconda lettura della riforma costituzionale. Un abbraccio a gufi e sorci verdi». Poi, stamattina, altri tweet. Il primo:«Via il bicameralismo paritario, chiarezza Stato-Regioni, leggi più chiare e più veloci, meno politici".

    Il capogruppo di Fi alla Camera dei deputati, Prof. Renato Brunetta, su twitter ha avvertito: «Matteo Renzi buuuuuuu...Ride bene chi ride ultimo, in Etruria e dintorni». Chiara l’allusione al fascicolo aperto dalla Procura di Roma su presunte operazioni anomale intorno alle banche popolari prima della riforma e al commissariamento da parte della Banca d'Italia  della Banca popolare dell'Etruria, il cui vice presidente è il padre della ministra delle Riforme Maria Elena Boschi.
     

    13 FEBBRAIO 2015 - ORE 20:30

    RIFORME COSTITUZIONALI, FI, M5S, LEGA NORD, SEL, ALTERNATIVA LIBERA (EX M5S) FUORI DALL'AULA

    camera vuota

    La Camera dei deputati vota il DDL sulle riforme costituzionali, ma l’Aula è mezza vuota. Movimento 5S, Forza Italia, Lega Nord, SEL, Fratelli d’Italia e gli ex M5s di Alternativa Libera hanno abbandonato i lavori parlamentari: “E’ una deriva autoritaria” denuncia il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta. Il PD e il resto della maggioranza hanno deciso di andare avanti. “Come non mi sono fatto ricattare da Berlusconi per la Presidenza della Repubblica non mi faccio ricattare da Grillo sulle riforme” ha detto Matteo Renzi ai deputati democratici. Le opposizioni hanno però chiesto “udienza” al presidente della Repubblica (saranno ricevuti da Mattarella martedì prossimo). Ma questa disponibilità non basta a Beppe Grillo che sul blog scrive: “Il silenzio di Mattarella è peggio dei moniti di Napolitano”.

    Il problema è ancora una volta interno al Partito Democratico. La minoranza ha chiesto alla maggioranza di fermarsi perché votare le riforme da soli “è una scelta politica” sottolinea Rosy Bindi. Cuperlo ha chiesto “una pausa tecnica dei lavori della seduta fiume per consentire lo svolgimento di incontri per ricostruire quel clima costituente che deve contrassegnare i nostri lavori”. Fassina – che non vota come Pippo Civati – rileva come sia un “capolavoro politico” quello “di ricompattare tutte le opposizioni”. L’immagine inedita, infatti, è quella di Brunetta al fianco degli altri capigruppo dei partiti d’opposizione. Renato Brunetta promette una battaglia che si estenderà al resto del lavoro parlamentare: “Altro che Aventino, vedranno i sorci verdi. Pensiamo solo ai decreti in corso di esame in Parlamento”.

    RIFORME COSTITUZIONALI: RISSA IN AULA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

    13 febbraio 2015

    Rissa in Aula a Montecitorio, dove prosegue tra mille difficoltà l'esame del DDL riforme costituzionali. Prima la bagarre nottuna, poi lo scontro sull'assenza del numero legale, con tanto di seduta sospesa per le assenze della maggioranza. A seguire, l'ok al federalismo fiscale ma - subito dopo - il fallimento delle trattative tra PD e M5S: al termine di un confronto serrato, lo scontro ha assunto toni violentissimi.

    I deputati del M5S hanno parlato di un PD «versione Renzi come un nazismo formato XXI secolo», con tanto di fotomontaggio del simbolo PD sul petto di Benito Mussolini.

    Se il PD - hanno ribadito i deputati del M5S - «non dovesse accettare la mediazione, noi continueremo con l'ostruzionismo». Ma dai democratici la risposta è stata tutt'altro che conciliante: «E allora andiamo avanti a oltranza». La controreplica è stata un'autentica dichiarazione di guerra: «Alziamo le mani, non garantiamo l'andamento istituzionale dei lavori, ve ne accorgerete». Alessandro Di Battista (M5S) ha rilanciato su Twitter il referendum propositivo senza quorum.

    Un risultato certo è che l'Aula della Camera dei deputati ha dato il via libera all'articolo 33 del disegno di legge che riforma il Senato e il titolo V della Carta Costituzionale, il quale modifica l'articolo 119. L'articolo, approvato con 295 sì, 88 no (tra cui quelli di Forza Italia) e 15 astenuti, tratta l'autonomia finanziaria degli enti territoriali e prevede che Comuni, Città metropolitane e Regioni abbiano autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci, e concorrano ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea. Nel pomeriggio viene approvato anche l'articolo 34 del DDL che modifica l'articolo 120 della Costituzione introducendo «i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali dall'esercizio delle rispettive funzioni quando è stato accertato lo stato di grave dissesto finanziario dell'ente».

    12 FEBBRAIO 2015

    CAMERA DEI DEPUTATI: ESAME DEL DDL RIFORME COSTITUZIONALI. SEDUTA SOSPESA

    12 febbraio 2015

    La Camera dei deputati ha approvato la richiesta del Partito Democratico di una seduta fiume (che blocca la presentazione di nuovi emendamenti) ma la presidente Laura Boldrini ha dovuto sospendere immediatamente i lavori stessi per le proteste del M5S. Il voto è avvenuto nel caos. Molti deputati del M5S si sono riversati dai propri banchi nell’emiciclo, dove si erano schierati i commessi a difesa dei banchi del Governo, sui quali sedeva il ministro Maria Elena Boschi. Subito dopo il voto i deputati del M5S hanno prima scandito slogan contro i deputati del PD, poi hanno cominciato a scandire “serva, serva”, verso la Boldrini che, visto il caos, ha interrotto la seduta. Poco prima si era sfiorata la rissa tra deputati NCD e Lega Nord.

    Durante gli interventi dei gruppi sulla proposta del PD di andare avanti ad oltranza con l’esame del DDL Riforme, Sergio Pizzolante del NCD ha attaccato la Lega Nord e dai banchi del Carroccio si è scatenata la reazione con urla e insulti. Alcuni deputati hanno provato a raggiungere i colleghi del NCD e sono dovuti intervenire i commessi per evitare la rissa. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha richiamato più volte all'ordine i deputati. E’ intervenuto anche il M5S accusando la Boldrini di aver espulso suoi parlamentari per molto meno. Intanto sono continuate le urla e i cori da stadio “ferma, ferma” anche durante la votazione.

    La Camera dei deputati ha approvato due punti fondamentali della riforma: l’abolizione della legislazione concorrente tra Stato e Regioni e l’abolizione delle Province. C’è stato il via libera all’articolo 32, che riscrive il nuovo articolo 118 della Carta Costituzionale, dal quale non ci saranno più le Province, finora organi amministrativi assieme ai Comuni. Approvato inoltre l’emendamento di FI, firmato dal Prof. Renato Brunetta ed Elena Centemero, con il parere positivo del governo e con i voti di PD e della maggioranza. L’emendamento precisa meglio la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni la potestà regolamentare anche nelle materie di competenza esclusiva dello Stato stesso.

    7 FEBBRAIO 2015

    TRASFORMISMO PARLAMENTARE: INGROSSANO LE FILE DEL REGGIMENTO DEI CAMALEONTI

    parlamento trasformista

    “Solo gli stupidi non cambiano mai idea”, in Italia e, soprattutto, nel Parlamento italiano cambiare idea e cambiare partito sembra diventato uno sport molto diffuso. I numeri parlano chiaro.

    Nel momento in cui la maggioranza che sorregge il Governo è più che mai risicata, ogni parlamentare può diventare ago della bilancia. Gli equilibri politici sono variabili. Insieme a loro anche le "casacche" indossate dai parlamentari cambiano. 

    In Senato sono più di 80 i senatori che hanno cambiato gruppo, ma i deputati sono in numero maggiore rispetto ai senatori. Nella precedente legislatura, certo non immune da scossoni politici, i transfughi erano stati 60.

    La causa di questa migrazione potrebbe essere ricondotta alla nascita di Ncd. Il gruppo parlamentare del Nuovo Centro Destra si componeva originariamente di 31 senatori. Se ne sono poi aggiunti 33 in gran parte provenienti da Forza Italia e Pdl. Fra questi, due se ne sono nuovamente allontanati: D’Alì è tornato in FI, Naccarato in Gal (gruppo Misto di centro-destra).

    Non fa eccezione il M5S che, con espulsi e fuoriusciti, continua ad allargare le fila del gruppo misto e del Partito Democratico. Erano 54 gli eletti in Senato, ne sono rimasti 39. Soltanto uno dei senatori in fuga da Grillo, Battista, ha preferito il gruppo delle Autonomie a quello Misto. Ma il dissenso è esploso anche in quest’ultimo: alcuni parlamentari hanno formato il gruppo Movimento X (Romani, Pepe, Bignami, Mussini); altri quello Italia lavori in corso (Bocchino, Bencini, Campanella, De Pin, Orellana, Casaletto); altri ancora costituiscono i cosiddetti “cani sciolti” (Anitori, De Pietro, Mastrangeli, Gambaro). È di solo 5 deputati il deficit alla Camera dei deputati: tutti emigrati nel gruppo misto ad eccezione di Zaccagnini che ha aderito a SEL.

    Anche SEL ha dovuto fare i conti con l’emigrazione di deputati: tre sono andati verso il PD, 9 nel gruppo Misto. Non va tralasciata la scissione tra i 17 senatori rimasti a Scelta Civica (erano 20 dopo le elezioni), 10 sono nel gruppo Scelta civica per l’Italia, 7 hanno dato vita al gruppo Per l’Italia. Ieri sei senatori di Scelta Civica hanno annunciato il passaggio al Partito Democratico.

    Equilibri più che mai variabili. Ma Matteo Renzi un anno fa non aveva dichiarato: "non lasceremo il Paese agli Scilipoti"?

    5 FEBBRAIO 2015

    IL PUNTO SULLE RIFORME COSTITUZIONALI

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    L’accordo politico tra Renzi e Berlusconi si basava su tre grandi iniziative: la riforma del Titolo V della Costituzione, che consente alle Regioni una forte autonomia di spesa; la fine del bicameralismo perfetto attraverso una riforma costituzionale che cambi le funzioni del Senato; la riforma della legge elettorale. Un anno e un presidente della Repubblica dopo, questo è il quadro delle riforme.


    Legge elettorale


    Dopo molte discussioni e passaggi in commissione e in aula, il  27 gennaio 2015 il Senato ha approvato una proposta di riforma della legge elettorale – il cosiddetto Italicum – apportando delle modifiche rispetto a un testo già votato alla Camera dei deputati. I cambiamenti principali hanno assecondato le richieste presentate dalla minoranza del Partito Democratico, dalla soglia per accedere al premio di maggioranza alla destinazione del premio stesso alla lista e non alla coalizione più votata, fino a una parziale introduzione delle preferenze. La minoranza del PD chiede ancora di cambiare l’assegnazione dei seggi, che secondo la legge avverrebbe con i capilista bloccati (quindi scelti dai partiti) e in un secondo momento, per i partiti che eleggono più di un parlamentare in quel collegio, i candidati eletti con le preferenze.
    La riforma dovrà tornare alla Camera dei deputati per la definitiva approvazione. Alla Camera il PD ha una maggioranza larga e quindi può decidere cosa fare con una certa autonomia: qualora decidesse di modificare di nuovo il disegno di legge, dovrebbe tornare al Senato. Non sono ancora previsti i tempi per il passaggio del disegno di legge elettorale alla Camera dei deputati, dove oggi è in discussione la riforma costituzionale. In ogni caso, non c’è particolare fretta: un comma approvato in Senato prevede che la legge elettorale entri comunque in vigore solo a metà del 2016. Inoltre, la legge vale solo per la Camera dei deputati, in vista della riforma del bicameralismo.


     Riforma del bicameralismo


    La riforma del bicameralismo prevede che il Senato sia composto da 100 senatori e non più 315: 95 ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico e scelti dai Consigli Regionali, invece che eletti dai cittadini (74 saranno consiglieri regionali e 21 saranno sindaci), cinque nominati dal presidente della Repubblica (che sostituiranno i senatori a vita). Oltre a non essere eletti, i senatori non saranno pagati (la durata del mandato coinciderà con quella delle istituzioni territoriali di cui saranno espressione) e non voteranno la fiducia al governo. Il Senato potrà votare solo per riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali, leggi sui referendum popolari e il diritto di famiglia, il matrimonio e il diritto alla salute. 
    La riforma è stata approvata dal Senato in prima lettura nel mese di agosto 2014 e lo scorso 13 dicembre è stata approvata anche in commissione alla Camera dei deputati, seppure con qualche agitazione per l’approvazione di due emendamenti dell’opposizione (poi annullati da altri emendamenti). La riforma è ora all’esame dell’aula, che ha già approvato l’articolo 1. La riforma dovrebbe essere approvata in prima lettura anche alla Camera dei deputati entro febbraio. Il disegno di legge costituzionale a quel punto tornerebbe al Senato della Repubblica: trattandosi di una legge costituzionale, dovrà essere approvata due volte nella stessa forma da entrambe le camere. Se non otterrà i due terzi dei voti, dovrà essere confermata da un referendum senza quorum (in cui, quindi, basterà che il 50% più uno dei votanti scelga l’abrogazione per cancellare la riforma).
    La maggioranza che sostiene il governo Renzi ha i numeri per approvare la riforma senza i voti di Forza Italia. Se approvasse la riforma senza i voti di Forza Italia sarebbe sicuramente necessario ricorrere al referendum (la Rivista di Diritto e Storia Costituzionale del Risorgimento ha criticato il disegno di legge costituzionale, si veda l'articolo di Angelo Grimaldi, "Riforma del Senato alla tedesca in salsa toscana?", Rivista trimestrale n. 3/2014).


    La riforma del Titolo V


    Per quanto riguarda il terzo punto dell'accordo (giornalisticamente chiamato "patto del Nazareno”), dal punto di vista legislativo la riforma del titolo V è parte della riforma costituzionale che prevede la fine del bicameralismo perfetto. Il Titolo V è la parte della Costituzione che regola i rapporti tra lo Stato e le Regioni. La riforma rovescia il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle Regioni e restituisce integralmente allo Stato competenze come l’energia, le infrastrutture strategiche, le grandi reti di trasporto, la salute e la previdenza.
    Il disegno di legge costituzionale prevede di modificare riguardo i referendum abrogativi (firme raccolte dai promotori saranno 800 mila e non 500 mila, la soglia per la validità del referendum sarà la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera), alza la soglia di firme necessaria per presentare leggi di iniziativa popolare (da 50 a 150 mila), introduce i referendum propositivi e sopprime il CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

     

     

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    24 GENNAIO 2015

    CON IL Q.E. LE BANCHE ORDINARIE AUMENTERANNO I PRESTITI ALLE IMPRESE E FAMIGLIE?

    24 gennaio 2015

    Uno degli effetti più devastanti della crisi dell'euro è stata la stretta creditizia che ha colpito le imprese soprattutto medio-piccole.  Uno studio della Confcommercio ha stimato in 97,2 miliardi di euro i prestiti venuti a mancare alle piccole e medie imprese italiane tra il 2011 e il 2014. Il crollo dei prestiti è stato innescato dall'impennata dello spread e reso sempre più difficile praticamente dai criteri sempre più restrittivi sul capitale a cui le Banche devono attenersi nel quadro della nuova regolamentazione di Basilea 3 e della vigilanza bancaria europea.

    Nonostante lo spread non sia più alto e la BCE in questi anni abbia adottato politiche monetarie espansive, ad oggi le concessioni di credito in Italia non sono ancora ripartite. Si è soltanto registrata un'attenuazione del calo dei prestiti ma il trend resta negativo. La decisione al momento solo annunciata dalla BCE è che, acquistando titoli di Stato, le banche possano ottenere liquidità da impiegare nel credito a famiglie e imprese.

    Quando una Banca centrale acquista titoli pubblici dalle aziende di credito, queste ultime dispongono di maggiore liquidità, e possono utilizzarla per finanziare l'economia: l'acquisto di titoli ha quindi effetti espansivi, in quanto accresce l'offerta di moneta.

    Le imprese sono in grado di realizzare investimenti programmati solo nel caso in cui dispongano di sufficiente liquidità. La liquidità creata dalla politica monetaria espansiva aumenta le riserve degli intermediari finanziari, ma le grandi imprese non attingono al credito in quanto non effettuano gli investimenti a causa delle pessimistiche previsioni per il futuro. 

    La politica monetaria espansiva non sempre raggiunge i suoi obiettivi se sono basse le prospettive di rendimento del capitale. Le piccole e medie imprese, invece, non accedono facilmente al credito (anche se i loro programmi di investimento richiedono meno impegno finanziario) in quanto le banche nell'erogare le risorse finanziarie devono attenersi ai restrittivi criteri imposti da Basilea 2 e Basilea 3 (insieme articolato di provvedimenti di riforma - predisposto dal comitato di Basilea per la vigilanza bancaria - al fine di rafforzare la regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore bancario. Questi provvedimenti mirano sostanzialmente a migliorare la capacità del settore bancario di assorbire shock derivanti da tensioni economiche e finanziarie).

    Per concludere possiamo dire che una manovra monetaria espansiva aumenta la liquidità del sistema, la quale può  indurre le imprese ad effettuare maggiori investimenti. L'aumento della domanda di beni strumentali potrebbe provocare a sua volta un aumento del reddito nazionale.

    Resta il dubbio di fondo: quale banca (anche al pieno di liquidità) concederà credito alle piccole imprese (o imprese poco strutturate patrimonialmente), alle singole persone o famiglie a basso reddito?

    Angelo Grimaldi

     

    23 GENNAIO 2015

    LA BCE COMPRERA' TITOLI PER 60 MILIARDI AL MESE, CONDIVISO SOLO IL 20% DEL RISCHIO

    23 gennaio 2015

    Draghi ha spiegato che la BCE non comprerà più del 25% di ogni singola emissione e non più del 33% del debito di un singolo Paese. L’effettivo ammontare sarà fissato sulla base delle quote che ogni Banca Centrale detiene nel capitale della BCE. Vale a dire che il 17,9% saranno Bund tedeschi, il 14,1% Oat francesi, il 12,3% Btp italiani, l’8,8% Bonos spagnoli e così via. Ad acquistarli, in concreto, saranno le Banche Centrali nazionali, mentre la BCE coordinerà gli acquisti “per salvaguardare l’unicità della politica economica e monetaria”.

    La durata dei titoli da comprare varierà da 2 a 30 anni, “un intervallo molto ampio”. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente della BCE ha sottolineato che “sarebbe un grande errore pensare che questo piano sia un incentivo all’espansione dei bilanci degli Stati non è assolutamente un finanziamento del debito ed anzi è stato costruito perché si evitasse questo”. Oggetto dell’acquisto non saranno solo titoli di Stato. Lo “shopping” riguarderà anche titoli di istituzioni e agenzie europee. Draghi ha spiegato che saranno ridotti ulteriormente i prezzi delle sei rimanenti aste di rifinanziamento a lungo termine riservate alle banche (Tltro): scenderanno allo 0,05% dallo 0,15% attuale. L’ultima tranche, quella di dicembre, ha visto gli istituti europei chiedere a Francoforte 129,8 miliardi, di cui 26 sono andati a quelli italiani. Che però finora li hanno usati più per riempirsi di titoli pubblici che per aumentare il credito all’economia.

    Vedremo in che modo questa misura straordinaria di politica monetaria potrà incidere sulla vita reale delle persone e delle imprese (sarà più facile ed immediata per gli Stati). L’euro è sceso a 1,14 dollari. E i tassi dei titoli di Stato di Italia, Francia, Spagna e Irlanda hanno toccato i minimi storici: il rendimento dei Btp a 10 anni è sceso all’1,579%, quello del Bonos spagnolo all’1,41%, quello dell’Oat francese allo 0,602% e quello del Bond irlandese all’1,145%. Piazza Affari si è assestata intorno a +1,3%.

    Invitiamo alla lettura degli approfondimenti nel FORUM POLITICO-ECONOMICO-GIURIDICO (cliccare sotto l'Home Page).

    Incontro fra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano al Senato. Sul tavolo la nomina del futuro Presidente della Repubblica: i due leader di centrodestra hanno rinnovato il loro accordo sulla necessità che il presidente della Repubblica sia un esponente moderato (e non un candidato proveniente dal Pd).

    21 GENNAIO 2015

    IL SENATO APPROVA L'EMENDAMENTO ESPOSITO, L'ESPOSITUM

    21 gennaio 2015

    Il Senato ha approvato l’emendamento presentato dal senatore del PD, Stefano Esposito, che modifica il modo in cui è strutturata la legge elettorale e di conseguenza vanifica buona parte dei 48mila emendamenti presentati (prevalentemente) dalla Lega Nord. 

    Passo avanti verso un Parlamento composto da nominati. L’Aula del Senato della Repubblica, dove questa mattina è cominciata la votazione degli emendamenti del disegno di legge elettorale, ha dato il via libera alla proposta di modifica presentata dal senatore Pd, Stefano Esposito, il cosiddetto “super canguro” che di fatto taglia tutte le altre proposte di modifica contrarie e recepisce l’accordo tra la maggioranza e Forza Italia, con 175 si, 110 no e 2 astenuti. Il testo fa decadere circa 35.800 dei 48.000 emendamenti, ha spiegato il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. Il testo prevede di fissare al 40% la soglia per il premio di maggioranza alla lista (e non più alla coalizione) e lo sbarramento al 3% per entrare alla Camera dei deputati. Fissati in 100 i collegi plurinominali con relativi capilista bloccati. Prevista poi la possibilità di esprimere due preferenze con alternanza di genere. L’emendamento prevede inoltre che l’Italicum entri in vigore dal 1° luglio 2016 (la c.d. “clausola di salvaguardia”). In seguito alla votazione dell’emendamento Esposito, la seduta è stata sospesa per permettere ai senatori di prendere visione dei circa 35mila emendamenti preclusi al ddl e degli altri emendamenti.

    17 GENNAIO 2015

    RIFORME COSTITUZIONALI, DDL ELETTORALE, ELEZIONI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: RISCHIO IMPASSE?

    17 GENNAIO 2015 ESCAPE='HTML'

    La trattativa sull'elezione del Presidente della Repubblica sta franando sulle riforme costituzionali. L’esame dell’Italicum al Senato della Repubblica e del ddl costituzionale alla Camera dei deputati procede, ma i tentativi per arrestarne l'iter si moltiplicano. Quindi, guerra tra i partiti e nei partiti. L’obiettivo è il "Patto del Nazareno", che ha al centro l’elezione del Capo dello Stato. La condizione per farlo saltare è impedire che le riforme, a partire dal disegno di legge elettorale, riescano a superare il vaglio delle due Camere prima del 29 gennaio 2015, quando il Parlamento sarà chiamato a riunirsi in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica.

    La minoranza del PD minaccia di non votare la legge elettorale se verranno confermati i capilista bloccati, mentre dentro FI lo scontro è ormai aperto tra Silvio Berlusconi e Raffaele Fitto. Nella riunione convocata l’altra sera a Palazzo Grazioli da Berlusconi con i senatori non solo i fittiani hanno ribadito di non voler votare le riforme ma c'è stato uno scontro tra Denis Verdini e Renato Brunetta, il capogruppo dei deputati che ha partecipato per ribadire la sua contrarietà a licenziare l’Italicum con il premio di maggioranza alla lista e il Ddl costituzionale prima del voto per il successore del Presidente Giorgio Napolitano.

    Renato Brunetta in Aula ha appoggiato la richiesta di sospensione dei lavori presentata da Ignazio La Russa (FdI), contro la quale si sono schierati anche deputati di FI, tra i quali Abrignani, D’Alessandro e Maria Stella Gelmini. Renato Brunetta però è andato avanti, anzi ha chiesto di rivedere il calendario dei lavori per concedere ai gruppi il tempo di riunirsi per confrontarsi sulle elezioni del Capo dello Stato (una richiesta analoga era già stata fatta da SEL, Lega Nord e M5S, ma in quel caso FI aveva appoggiato la posizione della maggioranza).

    «Se FI pensa di rinviare le riforme per alzare la posta sul Quirinale sbaglia di grosso, sono due terreni ben distinti», attacca il capogruppo democratico Roberto Speranza. Un appuntamento al quale occorre presentarsi senza divisioni interne se si vuole aver peso nella trattativa sulla scelta del futuro Presidente della Repubblica. È per questo che Silvio Berlusconi ha incontrato Fitto. Tre ore di colloquio che non sono servite a riavvicinare le posizioni considerato che i "fittiani" continuano a ripetere di voler votare contro alla Camera e al Senato. Sono in tutto 40, ma come dimostra anche la presa di posizione di Renato Brunetta, Raffaele Fitto può allargare il consenso tra quegli azzurri che vivono male la stagione del Nazareno.

    Anche Renzi ha bisogno di non disperdere troppi voti. In questa chiave di lettura va inquadrato l’incontro con Vannino Chiti sull’Italicum. I senatori del PD ritengono «inaccettabile» la norma sui capilista bloccati e minacciano di non votare la nuova legge elettorale. Un tentativo di mediazione è in corso ma le possibilità che riesca sono minime. La proposta, messa a punto da Gaetano Quagliariello (NCD), prevede di aumentare il numero delle multicandidature (ora fermo a 10) affidando la scelta del collegio per il quale optare non al deputato eletto bensì agli elettori: l’elezione avverrebbe nel collegio in cui ha ricevuto più voti. «Questa è la miglior sintesi possibile....», avverte la presidente della commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro. Il tempo sta per scadere, Renzi vuole mantenere il Patto del Nazareno. Lo vuole anche Berlusconi ed entrambi sono disposti anche a perdere qualche pezzo strada della trattativa sul Quirinale. L’esame del DDL elettorale al Senato e del DDL costituzionale alla Camera procede, ma i tentativi per arrestarne la corsa si moltiplicano così come le riunioni più o meno segrete.  L’obiettivo è non solo e non tanto il merito delle due riforme quanto e in primis il Patto del Nazareno, che ha al centro l’elezione del Capo dello Stato. 

     

     

     

    RIFORMA COSTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE

    14 gennaio 2015

    Ieri sera è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge elettorale. I capigruppo della maggioranza e la presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica Anna Finocchiaro hanno presentato tre emendamenti e un subemendamento. Di questi, Forza Italia ne ha firmato uno. La Lega Nord ha presentato 40 mila emendamenti (Roberto Calderoli ha dichiarato: "Noi siano interessati a una legge elettorale seria perché prima si va al voto  e prima si manda a casa Renzi").

    L'emendamento della maggioranza, sottoscritto anche dal capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani, elevano dal 37% al 40% la soglia per ottenere il premio di maggioranza al primo turno (per un totale di 340 seggi), introduce la norma di salvaguardia che differisce l'entrata in vigore della legge elettorale al 1 luglio 2016 e introduce i collegi plurinominali con sistema misto:  capolista bloccato e gli altri deputati da eleggere con le preferenze.

    Negli emendamenti della maggioranza la soglia di sbarramento si abbassa al 3%, il premio di maggioranza viene attribuito in caso di ballottaggio, alla lista anziché alla coalizione vincente, si delega il governo a disegnare 100 collegi plurinominali.

    La minoranza del PD ha chiesto (con un emendamento) di eliminare i capilista bloccati, prevedendo i listini bloccati nei quali eleggere il 30% dei deputati, mentre per i candidati nei collegi varrebbero le preferenze.

    La Camera dei Deputati ha ripreso a votare la riforma costituzionale, il cui esame proseguirà fino alla settimana prossima. L'emendamento presentato da SEL sulle minoranze linguistiche è stato bocciato con 359 NO e 152 SI (FI ha votato con la maggioranza). 

    9 GENNAIO 2015

    RIFORME DELLA COSTITUZIONE ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

    9 gennaio 2015

    Ieri nell'Aula della Camera dei deputati è iniziato l'esame del DDL di riforma della Costituzione. Le votazioni riprenderanno lunedì pomeriggio. Lo ha stabilito la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La Camera dei deputati la prossima settimana si dedicherà all'esame del DDL costituzionale: al voto ci sono 1.291 emendamenti. La Lega Nord e SEL hanno chiesto il voto segreto su tutti i propri emendamenti al DDL di riforma. La questione sarà affrontata dalla giunta per il regolamento della Camera dei deputati (si riunirà lunedì 12 gennaio alle ore 12:30), che dovrà stabilire quante volte e su quali emendamenti si potrà ricorrere al voto segreto.

    L'Aula del Senato ha votato ed approvato il calendario deciso dalla Conferenza dei capigruppo: gli emendamenti si possono presentare entro martedì 13 gennaio alle ore 20:00. Di conseguenza, l'Aula ha interrotto la discussione generale sul disegno di legge elettorale che riprenderà martedì prossimo. I calendari proposti da SEL, Lega Nord e M5S sono stati respinti.

    La minornza del PD chiede di stralciare dal disegno di legge elettorale il meccanismo dei capilista bloccati in 100 collegi (concordato da Renzi con Berlusconi), per dare più spazio alle preferenze.

    31 DICEMBRE 2014 - VI CHIEDIAMO DI SOSTENERCI

    fine anno

    Cari lettori, un altro anno è passato: il secondo in compagnia della Rivista di Diritto e Storia Costituzionale del Risorgimento. Con tutte le nostre difficoltà finanziarie (non riceviamo nessun contributo pubblico), siamo ancora pronti a raccontarvi non solo la storia costituzionale del Risorgimento (dal 1796 al 1948), ma anche le riforme della Costituzione Repubblicana.

    Siamo liberi e siamo in pochi ad esserlo, non è facile affrontare i temi politico-costituzionali in un'arena affollata di attori al servizio di potentati politici ed economici. Il 2015 sarà un anno importante per l'Italia: l'elezione del Presidente della Repubblica, l'iter parlamentare della legge elettorale (c.d. italicum), la riforma della parte seconda della Carta Costituzionale, la riforma della pubblica amministrazione, l'attuazione concreta della riforma del lavoro, la riforma della giustizia, la riforma dell'ordinamento scolastico e di quello fiscale.

    Cari lettori, abbiamo bisogno di Voi che ci leggete ogni giorno, aiutateci con una piccola donazione di due, cinque o dieci euro utilizzando i pulsanti presenti nelle pagine della Rivista (ricordiamo che per ogni donazione PAYPAL applica una commissione bancaria di € 1,20).

    Aiutateci a continuare e a migliorare la nostra rivista e potenziare l'Archivio storico-costituzionale. Ringraziamo di cuore tutti i lettori che ormai ci seguono da ogni parte del mondo (Italia, Australia, Argentina, USA, Belgio, Francia, Germania, Spagna, Nigeria, Brasile, Canada, Perù, Pakistan, Irlanda, Nuova Caledonia, Svizzera, Turchia, Ungheria, Albania, Romania, Regno Unito, Colombia). Dedichiamo il secondo anno di vita della rivista ai giovani e giovanissimi senza lavoro, agli italiani che si trovano all'estero per motivi di lavoro, ai poveri, agli ammalati e a tutte le persone che si sentono senza futuro.

    Angelo Grimaldi 

    e il Consiglio di Redazione 

     

    18 DICEMBRE 2014 - CAMERA DEI DEPUTATI: CONTINUA L'ESAME DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE. PUBBLICHIAMO IL TESTO A FRONTE

    Aula camera

    Continua anche oggi in Aula l'esame del DDL costituzionale (C. 2613 e abb.).

    Per i nostri lettori due documenti della Camera dei Deputati: gli elementi per l'esame in Assemblea e il testo a fronte.

     

     

    MASSONERIA, LIBRO SHOCK DEL GRAN MAESTRO MAGALDI

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    Secondo la ricostruzione di Magaldi tutto quello che accade di importante e decisivo nel potere è da ricondurre ad una cupola di superlogge sovranazionali, le UR-LODGES. Da loro dipendono le associazioni paramassoniche come la TRILATERAL COMMISSION o IL BILDERBERG GROUP.

     

     

    9 NOVEMBRE 1989: CROLLA IL MURO DI BERLINO

    CROLLO DEL MURO

    Oggi si celebrano i 25 anni della caduta del Muro di Berlino. 

    Il Socialismo reale è crollato con il muro, ma il capitalismo non ha vinto. Ogni giorno vengono distrutti migliaia di posti di lavoro senza che nessuno pensi a difenderli, a meno che non venga minacciato il proprio interesse personale. Le lotte sindacali sono diventate esclusivamente di categoria. Aumentano le proteste ma le istanze non si aggregano.

    Molti considerano il crollo del Muro, dell'URSS come una vittoria. Per il nuovo verbo la felicità risiede nell'acquisizione sclerotica di oggetti. Il crollo del Muro è fonte di malessere per le nuove generazioni perché ricorda che il Socialismo reale è crollato, senza che il capitalismo abbia offerto loro (sul piano sostanziale e non solo dei diritti in senso formale) qualcosa di valido e duraturo in alternativa.

    Angelo Grimaldi

    30 OTTOBRE 2014 - CRISI ECONOMICA MA I RICCHI AUMENTANO

    AUMENTANO I RICCHI

    Tra il 2013 e il 2014 le 85 persone più ricche del mondo hanno guadagnato mezzo milione di dollari al minuto. Secondo l'OCSE, in Italia, dalla metà degli anni '80 fino al 2008, la disuguaglianza economica è cresciuta del 33% (ricordiamo che la media dei Paesi OCSE è del 12%), mentre nel mondo più di 800 milioni di persone soffrono ancora la fame.

    E' quanto emerge dal rapporto Oxfam sulle disuguaglianze, secondo cui la prosperità è privilegio solo di una ristretta cerchia di eletti che vede crescere velocemente il proprio patrimonio. In Italia l'1% delle persone più ricche detiene un patrimonio che equivale a quello posseduto dal 60% degli italiani; il patrimonio di circa 36,6 milioni di persone è comunque inferiore a quello dell'1% delle persone più ricche (circa 600.000 persone).

    Dal 2008 ad oggi, gli italiani che versano in povertà assoluta sono quasi raddoppiati, oggi sono infatti 6 milioni, rappresentano il 10% dell'intera popolazione.

    La povertà si contrasta promuovendo politiche tese a garantire un salario minimo dignitoso, assicurando l'accesso ai servizi sanitari con più facilità e con una riduzione dei tempi di attesa per gli accertamenti diagnostici, garantendo l'istruzione secondaria superiore gratuita a tutti i cittadini e l'ingresso dei giovani e delle donne nel mondo del lavoro (imprese, studi professionali, organizzazioni di volontariato con retribuzione, nelle amministrazioni pubbliche, ecc.).

    Sarebbe opportuno ed urgente stimolare e favorire (anche finanziariamente) la costituzione di cooperative di lavoratori, lavoratrici, donne e giovani in cerca di occupazione nelle attività economiche e nei servizi attualmente soggette a riserva originaria. Mi riferisco in particolare alla gestione delle reti, tipico esempio è quello delle ferrovie, dove la rete è sempre sottoposta a riserva originaria, ma il servizio è stato liberalizzato o a quello dell'energia elettrica, dove c'è un gestore unico della rete di trasmissione, ma vi sono più produttori di energia elettrica. C'è anche lo smistamento del servizio postale, oggi in parte affidato a terze imprese in regime di outsourcing, quando invece le Poste Italiane potrebbero assumere a rotazione i giovani diplomati (senza lavoro) nei Centri di Meccanizzazione Postale (CMP) e nei CDM. Per non parlare della gestione delle reti delle public utilities (gas metano, reti idriche, ambiente). Nel campo delle telecomunicazioni e dell'informatica nuove opportunità per i giovani sono rappresentate dalla "broadband", dal potenziamento delle fibre ottiche e dal favorire, con politiche concrete e non con annunci, la banda ultralarga (ultrabroadband), in considerazione che i sistemi cablati ormai viaggiano verso una tipologia di rete integrata (Next Generation Networking) nei servizi che consentono il trasporto di tutte le informazioni (voce, dati, comunicazioni multimediali).

    (copyright) Angelo Grimaldi

     

     

    5 OTTOBRE 2014 - APPOGGIAMO LA LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER MODIFICARE LA NORMA SUL PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE - APPELLO AI NOSTRI LETTORI

    LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER AGROGARE IL PAREGGIO DI BILANCIO

    Il 23 settembre, con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati tenuta dal Prof. Stefano Rodotà, Maurizio Landini ed altri promototri, è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per abrogare dagli articoli 81, 97 e 119 della Carta Costituzionale il vincolo del pareggio di bilancio, introdotto in gran fretta dal governo Monti nel 2012, con il consenso della stragrande maggioranza del parlamento e all'oscuro dell'opinione pubblica.

    I promotori hanno depositato in Cassazione la proposta di legge in quattro articoli, dal 1 ottobre 2014 è partita la raccolta delle almeno 50.000 firme necessarie per la sua presentazione in Parlamento.

    All'iniziativa  (promossa nella convinzione che i quattro referendum contro l'austerity e il Fiscal Compact che sostanzialmente si propongono lo stesso obiettivo non saranno ammessi dalla Corte Costituzionale) aderiscono la FIOM di Maurizio Landini, i Professori Stefano Rodotà e Gaetano Azzariti, SEL, PRC ed esponenti della minoranza PD, L'Altra Europa per Tsipras ed associazioni culturali come Legambiente, ARCI e Sbilanciamoci.

    L'obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione ha avuto inizio il 17 aprile 2012 con l'approvazione da parte del Senato, in quarta lettura, di un disegno di legge costituzionale che recipiva una direttiva UE che, in base ai recenti trattati "rigoristi" come l'economicamente ottuso "Fiscal compact", chiedeva ai governi di adottare misure vincolanti su pareggio di bilancio, preferibilmente a livello costituzionale. Quindi, non era necessario trasferire il rigore dalle politiche economiche alla Carta Costituzionale, tant'è vero che alcuni governi, tra cui spicca la Francia, si sono guardati bene di farlo, ma in Italia il governo di Mario Monti, con l'appoggio del Presidente della Repubblica (e riprendendo un progetto di legge già adottato dal governo Berlusconi), ha volutamente stravolgere in senso liberista la Costituzione con la scusa "che ce lo imponeva l'Europa e/o i mercati finanziari" (cioè le grandi centrali della finanza mondiale). Il tutto con la complicità di quasi l'intero parlamento e nel silenzio dei media asserviti ai nuovi "regimi democratici". Non solo, non è stato necessario sottoporre la modifica a referendum popolare, in quanto la riforma costituzionale è stata approvata nella seconda votazione da ciscuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti (articolo 138, 3° comma).

    La proposta di legge di iniziativa popolare si propone di intervenire sull'infernale meccanismo anticostituzionale e antipopolare, modificando i nuovi articoli 81, 97 e 119 in modo da abrogare il principio del pareggio di bilancio e di collegare comunque le misure politiche di bilancio dello Stato alla salvaguardia dei "diritti fondamentali delle persone" come stabiliti dal nostro ordinamento costituzionale. L'iniziativa si prefigge di aggiungere un comma all'articolo 81: "La legge generale sulla contabilità e la finanza pubblica definisce i vincoli di bilancio nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone" (verrà aggiunto un comma all'articolo 97 e verrebbe sostituito interamente l'articolo 119 con l'obiettivo di garantire in ciascuna parte del territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni).

    Angelo Grimaldi 

     

     

    26 AGOSTO 2014 - IL 18 AGOSTO 2014 E' STATA PUBBLICATA LA LEGGE 11 AGOSTO 2014, N. 114 PORTANTE MISURE URGENTI PER LA SEMPLIFICAZIONE E LA TRASPARENZA AMMINISTRATIVA E PER L'EFFICIENZA DEGLI UFFICI GIUDIZIARI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      31 MAGGIO 2014 - JOSE' MUJICA, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DELL'URUGUAY CHE HA RINUCIATO A VIVERE NEL PALAZZO PRESIDENZIALE. VIVE CON UNO STIPENDIO MENSILE DI 1.500 DOLLARI (NE RICEVE DALLO STATO URUGUAIANO 12.000 DOLLARI AL MESE, MA NE DONA CIRCA IL 90% A FAVORE DI ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE E A PERSONE BISOGNOSE.

      MUJICA

      Il Presidente Mujica sostiene che a guidare la vita di ciascuno debba essere il principio della sobrietà: " [...] concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere [...] Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte".

      29 MAGGIO 2014 - GLI STIPENDI DEI MANAGER SI SONO ABBASSATI?

      stipendi manager

      Degli stipendi dei manager si è parlato molto fino a poche settimane fa (prima della campagna elettorale). Ma oggi che cosa è cambiato? Cosa è successo agli stipendi delle società partecipate dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e in particolare quelle quotate in Borsa (ENI, ENEL, FINMECCANICA)? E per quelle che emettono obbligazioni sui mercati quotati (Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie dello Stato e Poste Italiane)? Per queste società in realtà non cambierà nulla.

      Gli stipendi dei manager di queste società però, sono stati già modificati da un altro provvedimento. Si tratta del decreto legge 69/2013, il c.d. "decreto del fare", approvato dal governo Letta nell'agosto 2013, con cui veniva modificato il decreto legge 201/2011 del governo Monti.

      Con questo decreto venne stabilito che a partire dalla successiva assemblea degli azionisti - dopo l'agosto 2013 - le ricordate società dovranno ridurre lo stipendio dei nuovi amministratori del 25% rispetto a quello degli amministratori uscenti.

      Per le società non quotate (Cassa Depositi e Prestiti, FS e Poste Italiane) il taglio allo stipendio sarà automatico. Per le società quotate, invece, il governo non ha il potere di costringere gli amministratori a tagliarsi lo stipendio. Il taglio quindi, diventa una decisione dell'assemblea degli azionisti, dove il rappresentante del governo è delegato a votare a favore.

      In ENEL e Finmeccanica, dove il MEF controlla 1/3 delle azioni, il taglio probabilmente passerà. Ma nell'ENI, dove il MEF controlla il 4% delle azioni, dipenderà invece dalla decisione di Cassa Depositi e Prestiti, che controlla il 25% delle azioni dell'ENI.

      Emma Marcegaglia, Claudio De Scalzi, Luigi Zingales, Fabio Pagani, Diva Moriani, Karina Litwack, Andrea Gemma, Pietro Guindani, Alessandro Lorenzi e Roberto Ulissi si taglieranno i loro stipendi?

      Angelo Grimaldi

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

      1) Dopo la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale il Parlamento non dovrebbe affrontare un delicato ed impegnativo percorso di riforme;

      2) Il Governo tende a svolgere un ruolo che nelle riforme costituzionali non gli è proprio, riducendo spazi e prerogative delle Camere rappresentative;

      3) Credo che si possa accettare un  dimezzamento del numero dei Senatori, ma nello stesso tempo si possa mantenere l'elezione diretta con un radicamento più stretto con i territori. La nomina da parte del Presidente della Repubblica di 21 senatori a vita rischia di influenzare in modo decisivo le maggioranze di governo. Il numero è eccessivo e ricorda le c.d. "infornate" che faceva il re d'Italia nel Senato del Regno;

      4) Il Senato diventerebbe espressione delle Regioni ed Enti locali; in questo modo si attuerebbe una sovrarappresentazione degli organi esecutivi locali rispetto alle assemblee elettive locali;

      5) Nel nuovo Senato si formerebbero maggioranze separate o isolate da quelle della Camera dei Deputati (il cui numero dei componenti si potrebbe ridurre a 500). Come coniugarle nell'approvazione delle leggi costituzionali o nella nomina di organi costituzionali?

      6) Se togliamo le leggi costituzionali e la nomina degli organi costituzionali, il nuovo Senato appare equivalente grosso modo alla Conferenza unificata Stato-Regioni.

      Angelo Grimaldi

       

       

       

       

      12 APRILE 2014 - DUE DISEGNI DI LEGGE COSTITUZIONALE A CONFRONTO

      TRICOLORE E COSTITUZIONE

      Il 16 novembre 2005 il Senato della Repubblica ha approvato, in seconda lettura, il disegno di legge costituzionale n. 2544-D recante "Modifiche alla parte II della Costituzione". L'approvazione è avvenuta con una maggioranza superiore alla metà più uno dei componenti del Senato (e, in precedenza, con oltre la metà), ma con i due terzi, per cui esso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana senza essere stato promulgato dal Presidente della Repubblica, in attesa che possa essere sottoposta a referendum sospensivo (definito referendum confermativo) entro tre mesi dalla data di pubblicazione. 

      Il referendum si è tenuto il 25 e 26 giugno 2006. La maggioranza dei votanti ha respinto la riforma costituzionale del Governo Berlusconi.

      Per meglio comprendere la portata innovativa (!) del DDL costituzionale del Governo Renzi, proponiamo i due testi, il primo riguarda la legge costituzionale del 2005 (respinta dal referendum) e l'altro il DDL costituzionale proposto dal Governo Renzi.

      Angelo Grimaldi

       

       

      25 MARZO 2014 - AVANZA L'ESTREMA DESTRA IN FRANCIA

      Dopo il voto in Francia con l'avanzata dell'estrema destra "l'Europa deve prendere atto di un diffuso senso di contestazione e di antipolitica" e quindi "mettere al centro la crescita e la lotta alla disoccupazione". Lo ha detto Matteo Renzi al Nuclear Security Summit all'Aja.

      Caro Presidente del Consiglio, il problema non è l'Europa in sé, ma le politiche economiche adottate dagli organi dell'Unione Europea. Chi non ha perso il lavoro o dispone ancora di un reddito dignitoso, chi riceve prebende pubbliche non affronta le difficoltà che invece affrontano milioni di persone: la difficoltà ad acquistare cibo per assicurare almeno due pasti giornalieri ai propri familiari, o la difficoltà a pagare il canone di locazione dell'appartamento o il mutuo sulla prima casa o ancora le utenze domestiche (acqua, riscaldamento, energia elettrica, telefono). Per non parlare delle imposte per molti cittadini ormai non più sostenibili (IMU, Tasi, Tari, passo carrabile, bollo auto, canone Rai, tasse universitarie, ecc.) o dell'acquisto delle medicine, delle visite specialistiche, o il costo della revisione biennale delle autovetture, il pedaggio autostradale, l'assicurazione obbligatoria sugli autoveicoli, ecc. ecc. Ebbene, chi non conosce le difficoltà del vivere quotidiano è portato a considerare certi orientamenti elettorali come manifestazione di antipolitica o di protesta qualunquista. No caro Presidente, le persone che vivono un forte disagio economico, che stanno ai margini di una società opulenta, forse non sono qualunquisti, il loro voto non è espressione di antipolitica, bensì di una politica di rinnovamento della classe politica e degli eurotecnocrati.

      Per evitare che milioni di cittadini ed elettori emarginati vadano a finire nelle braccia di movimenti politici che per definizione (e per storia) potrebbero portare il sistema in una difficile situazione politico-sociale, sarebbe necessario invertire la rotta economica.

      L'Unione Europea continua ad adottare politiche economiche incentrate sul rigore e austerità: tutti devono tagliare i deficit pubblici e ridurre il rapporto debito/PIL (fiscal compact). Senza crescita, l'obiettivo di riduzione degli squilibri finanziari diventa irragiungibile: i deficit pubblici si misurano in rapporto al PIL e, di conseguenza, una decrescita fa aumentare il peso del disavanzo. Se si continua con le ottuse politiche come il deficit di bilancio sotto il 3% del PIL, con la spending review (così come è in questo momento concepita), con la disciplina di bilancio molto severa, con l'aumento delle imposte e tasse o con il taglio lineare delle detrazioni d'imposta, il PIL non crescerà molto. 

      E' necessario impiegare i giovani e le donne nei processi produttivi e per questa via ridurre la disoccupazione. Le misure proposte dalla recente riforma del lavoro rendono più flessibile il rapporto di lavoro nella "infantile" convinzione che la flessibilità da sola potrà stimolare gli imprenditori ad assumere ed eventualmente consentire loro di chiudere con più facilità il rapporto con il lavoratore se le cose dovessero andar male. Questo orientamento è diventato il credo a cui obbediscono anche attori politici che per storia personale e di partito provengono dal Socialismo! Mi dispiace molto per voi, ma gli investimenti degli imprenditori costituiscono un elemento autonomo della domanda e gli stessi dipendono dalle stime effettuate sul futuro andamento delle vendite. Gli investimenti sono quindi in funzione del flusso di rendimenti futuri attesi, e quindi è il profitto il movente degli investimenti. Gli investimenti, peraltro scarsi, attuati in questo preciso momento non generano posti di lavoro, cioè non sono in grado di coinvolgere ed impiegare tutti i fattori produttivi.

      Per far fronte alla contrazione della domanda aggregata, lo strumento più rapido ed agevole per attuare una politica espansiva è la riduzione generalizzata delle imposte sul reddito delle persone fisiche. Si possono rimodulare gli scaglioni e le aliquote che colpiscono in particolare i redditi medi. La perdita immediata di gettito IRPEF sarà ricompensata dall'aumento dell'imposta sul valore aggiunto per effetto dell'aumento della domanda interna e dall'aumento del gettito dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche, in quanto le imprese registreranno maggiori ricavi e, di conseguenza, emergerà un maggiore utile da assoggettare ad imposta.

      Questo intervento avrà successo nel breve periodo, per renderlo duraturo è necessario intervenire su tutto l'impianto del sistema tributario, questo concepito sul finire degli anni '60 e normato nel 1972 e 1973. Da allora sono intervenute infinite modifiche ed adattamenti, ma la concezione del sistema tributario è storicamente datata. E' inoltre necessaria una forte riduzione del numero degli apparati pubblici (e delle società partecipate) senza però perdere un solo posto di lavoro.

      Angelo Grimaldi

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

      LE IDI DI FEBBRAIO?

      PROF. ANGELO GRIMALDI

      Ieri nel conclave del Partito democratico si è consumata una grave crisi extraparlamentare decisa da un solo partito, dal partito delle primarie che continua ad ignorare il profondo distacco tra elettore (governati) ed eletti (governanti).

      Non una parola sui contenuti politici ed economici del nuovo governo renziano, non una parola sui partiti politici che dovrebbero sorreggere (dare la fiducia in parlamento) il nuovo governo.

      Matteo Renzi propone un governo per una "legislatura costituente". Costituente? Ma in Italia il popolo non ha abbandonato il suo potere costituente in quanto essendo questo espressione di sovranità ed incidendo sui diritti fondamentali dell'uomo non può che appartenere al popolo. Il potere costituente si fonda, quindi, sul principio della sovranità popolare, sul carattere contrattuale della Costituzione e sul diritto alla rivoluzione a tutela del diritto naturale preesistente allo Stato.

      Il potere costituente è caratterizzato dalla "originarietà", cioè si legittima in via di fatto e si manifesta sopprimendo la precedente Costituzione proponendone una nuova o modificando la vecchia Costituzione attraverso le modalità previste dalla stessa. Mi pare che nel nostro Paese non vi sia da parte di nessun partito politico alcun esercizio di potere costituente di portata tale da abrogare la Costituzione tuttora vigente. La nostra Costituzione, come tante altre del mondo occidentale, non detta soltanto regole di funzionamento degli apparati pubblici, ma consacra i diritti dei cittadini e questi sono posti come "limite" del potere dello Stato. La Costituzione non può essere modificata o interpretata dalla "volontà legislativa" che nel sistema monista (governo/parlamento) è diventata espressione della maggioranza, cioè di una sola parte politica.

      Nel 1791 sciveva Thomas Paine: "Una costituzione non è l'atto di un governo, ma l'atto di un popolo che crea un governo". Scrive Mc Ilwain: "Emerge così una nozione di costituzione che nasce dal popolo, come opera di volizione collettiva, che codifica l'organizzazione dei poteri e si pone come norma sovraordinata all'attività dei poteri previsti dalla costituzione stessa".

      In una retta democrazia, nella quale i gruppi dominanti (oligarchie governanti) sono selezionati dal voto popolare, una "norma fondamentale" deve contenere e regolare i limiti all'esecizio del potere politico. Il potere costituito è sempre soggetto a regole predeterminate. Il potere costituente appartiene al popolo e quindi non c'è bisogno che qualche politico "decisionista" si batta per far riconoscere al popolo un diritto che già gli appartiene. 

      Le revisioni devono essere ricondotte nell'alveo della Costituzione, cioè dei suoi valori di fondo (articolo 138 della Costituzione).

      Nel Paese, in realtà, la frattura c'è. Pochi giorni fa a Palermo è morta una ragazza di 18 anni, Tania, deceduta per mal di denti. La famiglia non aveva i soldi per le cure odontoiatriche (famiglia in condizioni economiche disagiate ma decorose). Il caso di Tania è quindi un fatto isolato? No, il 23% degli italiani (in Sicilia la % è più alta) non può permettersi un odontoiatra privato, deve quindi passare dalle prestazioni specialistiche fornite dalle Aziende Sanitarie pubbliche, dove le liste di attesa sono molto lunghe, al punto da spingere molti cittadini a rinunciare alle cure odontoiatriche.

      La rivoluzione non si fa solo mettendo ai vertici delle amministrazioni dello Stato più manager e meno giuristi, gli italiani hanno bisogno di risultati concreti. Non conta parlare di realizzazione delle politiche o dell'introduzione della cultura gestionale (attesa e sperata da anni!). E' necessario chiedersi, invece, quali politiche economiche sono necessarie per aiutare circa 10 milioni di italiani, metà dei quali sono in povertà assoluta e l'altra metà in semi povertà, ed i giovani senza lavoro e senza futuro? Non servono più i pannicelli caldi, anche se proposti da Renzi o le misure pro-cicliche prospettate da organismi sovranazionali (Commissione Europea, BCE, FMI, ecc.); se andiamo avanti con politiche "monetariste" anche il nuovo governo è destinato al fallimento.

      Questo editoriale è dedicato a Gaetana Priolo, morta per difficoltà economiche poco prima delle "Idi di Febbraio". Non ho conosciuto Tania, ma di fronte alla morte giovane, di chi non ha potuto sperimentare almeno un altro poco della vita che le spettava, resta l'incredulità, lo sconcerto e il senso di irrealtà. Il mio impegno, e quello dei miei colleghi, è rivolto per affermare il diritto (non solo in senso formale) di tutti, di tutti i "Tania Priolo" a vivere in un mondo più degno, più umano e più eguale.

      14 febbraio 2014  Angelo Grimaldi 

       

       

       

       

       

      11 FEBBRAIO 2014 - RICHIESTA MESSA IN STATO D'ACCUSA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. ARCHIVIAZIONE

      BANDIERA ITALIANA

      Il Comitato parlamentare per la messa in Stato d'accusa ha approvato l'archiviazione dell'impeachment nei confronti del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con 28 voti a favore, 8 contrari, quelli dei parlamentari del M5S. Forza Italia non ha partecipato alla votazione. Il PD aveva presentato la richiesta di archiviazione.

      Pe la "definitività" dell'archiviazione devono trascorrere 10 giorni, ma se il 25% del Parlamento lo richiede l'archiviazione potrà essere impugnata.

      Redazione

      03 FEBBRAIO 2014 - RICHIESTA MESSA IN STATO D'ACCUSA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA COMMENTO DELLA RIVISTA

      I rilievi formulati hanno essenzialmente carattere politico, spesso si presentano carenti sul piano giuridico-costituzionale.

      Si veda, per esempio, l'imputazione di "essersi fatto rieleggere" o quella di cercare di trasformare la Repubblica parlamentare in presidenzialista, o di assumere atteggiamenti da monarca.  

      Allo stesso modo di aver firmato molti decreti e di non aver vagliato la costituionalità di leggi che dopo sono state giudicate incostituzionali dalla Corte Costituzionale.

      L'istituto della "controfirma" serviva in passato per impedire di far risalire al re la responsabilità degli atti compiuti dal governo (Cfr. Angelo Grimaldi, Storia Costituzionale Inglese, Forlì, 2012). Nell'ordinamento repubblicano tale "relitto giuridico" assume valore quando la firma del presidente della Repubblica, sugli atti sostanzialmente governativi, è ricondotta al "mero" controllo di legittimità costituzionale.

      Anche nel caso della "promulgazione delle leggi" si tratta, secondo autorevole ed antica dottrina, di un atto di accertamento rivolto a constatare la regolarità formale del procedimento legislativo e l'identità dei consensi delle due Camere rappresentative (salvo il controllo successivo della Corte Costituzionale). Il Presidente della Repubblica può utilizzare il potere previsto dall'articolo 74 della Carta, ma ricordiamoci che la legge è espressione della maggioranza parlamentare, cioè di una sola parte politica. Quando la legge è approvata, escludendo casi di epidemia governativa, in genere non è in contrasto con l'indirizzo politico del governo. Si ritiene, pertanto, che il potere presidenziale possa essere esercitato quando una legge presenti un vizio di non conformità alla Costituzione o quando il Presidente la ritenga costituzionalmente inopportuna. Ma la controfirma svolge proprio la funzione di impedire al Presidente della Repubblica - retaggio della storica e complicata meccanica costituzionale inglese - di invadere il campo dell'indirizzo politico della parte politica che in quel momento è espressione della maggioranza parlamentare.

      Angelo Grimaldi