9 dicembre 2019

ENTRO DICEMBRE VERRA' PUBBLICATO IL NUMERO UNICO DEL 2019

I contributi di:

Mariangela Iovino, Alfredo Incollingo, Angelo Fasolo, Dario Grimaldi, Sergio D'Errico, Angelo Grimaldi.

5 DICEMBRE 2019

L'appello di 32 economisti: “No all’Esm se non cambia la logica europea”

Fonte: MicroMega - 4 dicembre 2019


I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l’Italia conseguenze molto gravi.

Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda l’European Stability Mechanism (Esm), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà. L’aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito.

Osserviamo che:

I parametri scelti sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l’altro a “un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento”: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.

Se dunque l’Italia dovesse ricorrere all’Esm, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.

Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.

L’insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca e il presidente francese annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall’Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l’Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.
Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti.  Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.
Inoltre l’Esm è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l’Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.

L’Esm è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.
La seconda riforma in discussione è il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l’Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all’Italia – e questo senza alcun margine di incertezza – una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma dell’Esm e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.

A nostro parere l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm. L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.

Al veto sull’Esm bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L’Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.

FIRMATARI:

Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Cesaratto (univ. Siena)
Carlo Clericetti (giornalista)
Massimo D'Antoni (univ. Siena)
Antonio Di Majo (univ. Roma 3)
Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna)
Sebastiano Fadda (univ. Roma 3)
Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Fumagalli (univ. Pavia)
Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche)
PierGiorgio Gawronsky (economista)
Claudio Gnesutta (univ. Roma La Sapienza)
Riccardo Leoni (univ. Bergamo)
Stefano Lucarelli (univ Bergamo)
Ugo Marani (univ. Napoli l'Orientale)
Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara)
Domenico Mario Nuti (univ. Roma La Sapienza)
Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza)
Gabriele Pastrello (univ. Trieste)
Anna Pettini (univ. Firenze)
Paolo Pini (univ. Ferrara)
Felice Roberto Pizzuti (univ. Roma La Sapienza)
Riccardo Realfonzo (univ. Sannio)
Roberto Romano (economista)
Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna)
Roberto Schiattarella (univ. Camerino)
Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza)
Antonella Stirati (univ. Roma 3)
Leonello Tronti (univ. Roma 3)
Andrea Ventura (univ. Firenze)
Gennaro Zezza (univ. Cassino)

 

01 DICEMBRE 2019

FORLI': legionella oltre i limiti. Sono state fermate due torri di raffreddamento del termovalorizzatore Mengozzi. ORDINANZA SINDACALE N. 25 DEL 29 NOVEMBRE 2019

 

Presenza di legionella oltre i limiti in due torri di raffreddamento del termovalorizzatore di rifiuti Mengozzi (Forlì). E' quanto emerso da un controllo svolto dai tecnici dell'Arpae il 12 novembre 2019 all'esito dei quali il vicesindaco, Avv. Daniele Mezzacapo, ha firmato venerdì scorso un'ordinanza che prevede il "fermo operativo" delle torri di raffreddamento 1 e 2, la disinfezione delle stesse e la revisione della valutazione del rischio.

L'informativa del Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Unità Operativa d'Igiene e  Sanità Pubblica del Servizio Sanitario Regionale Emilia Romagna è arrivata sui tavoli del Comune mercoledì scorso. La Delibera Regionale numero 828/2017 "prevede che quando l'acqua di raccolta delle torri evaporative contiene più di 100.000 u.f.c./litro di legionella occorre fermare l’impianto, effettuare la disinfezione con biocida appropriato e revisionare la valutazione del rischio, ed eventualmente pulire meccanicamente il bacino dell’impianto. L’impianto può essere riavviato quando l’esito del campionamento conferma un valore di contaminazione di legionella inferiore a 1000 u.f.c./litro".

Come emerge nell'ordinanza sindacale del 29 novembre 2019, il valore di legionella era di 220.000 u.f.c./litro. Le torri 1 e 2 "potranno essere riattivate quando il campionamento dimostrerà una contaminazione inferiore a 1000 u.f.c./litro. Il campionamento e l’analisi dovranno essere eseguito da un laboratorio certificato e il risultato inviato all’Ufficio di Igiene. Nel merito delle torri di raffreddamento 3 e 4 dovranno essere effettuate operazioni di bonifica effettuando opportuni interventi di disinfezione e provvedere alla revisione della valutazione del rischio". 

 

28 NOVEMBRE 2019

SCONTRO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI TRA PARTITO DEMOCRATICO-LEGA SUL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA'

Che cos’è il MES?
La sigla sta per Meccanismo europeo di stabilità. Si tratta di un’organizzazione intergovernativa della quale fanno parte i 19 Paesi della zona euro. Creato nel 2012, ha il compito di aiutare gli Stati membri che si trovano in gravi difficoltà finanziarie o ne sono minacciati.

Da dove vengono i soldi per gli aiuti?
I fondi vengono dagli stessi Stati del Mes, in maniera proporzionale al peso delle loro economie. Il capitale ammonta a 80 miliardi di euro. L’Italia ha contribuito con 14,3 miliardi, terzo posto dietro Germania e Francia. Emettendo titoli con la garanzia degli Stati membri, il Mes può raccogliere sui mercati fino a 700 miliardi.

Ma perché adesso se ne parla?
A giugno di quest’anno prima l’Eurogruppo, dove siedono i ministri dell’Economia della zona euro, e poi il vertice euro, dove siedono i capi di governo e il presidente della commissione Ue, ha varato una revisione delle regole del Mes. Per l’approvazione definitiva del testo manca però un’ultima riunione dei capi di governo, che si terrà a dicembre.

Cosa cambia con questa riforma?
Per accedere agli aiuti, cioè a una linea di credito precauzionale, i Paesi più indebitati non dovranno firmare un accordo che indica le riforme da adottare. Basterà una semplice lettera di intenti. Ma solo per quei Paesi che rispettano i parametri di Maastricht, tra cui il tetto del 60% nel rapporto tra debito pubblico e Pil. Secondo una simulazione del think thank Bruegel, tra i 19 Paesi della zona euro ben 10, compresa l’Italia, non rispettano Maastricht. E quindi non avrebbero alcun vantaggio da questa misura.

Ci sono modifiche che riguardano le banche?
Sì, è il meccanismo del backstop. Il Mes potrà contribuire con 55 miliardi di euro al Fondo di risoluzione unico, finanziato dalle banche della zona euro per aiutare gli istituti di credito in difficoltà.

E la ristrutturazione del debito cosa c’entra?
La riforma rende più semplice la ristrutturazione del debito pubblico, cioè una riduzione concordata del valore del prestito fatto allo Stato, per i Paesi che chiedono aiuto al Mes. Questa semplificazione, che prevede un solo voto dei creditori al posto delle procedure complesse previste oggi, scatterà nel 2022. È possibile che i creditori chiedano interessi più alti proprio a quei Paesi, come l’Italia,considerati meno solidi. Questo farebbe salire il costo del servizio del debito pubblico, rischiando di innescare una pericolosa spirale.

18 novembre 2019

IL TAGLIO DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI SI RIPERCUOTE SULLA LEGGE ELETTORALE


Il taglio del numero dei parlamentari si ripercuote inevitabilmente sulla legge elettorale, legge 3 novembre 2017, n. 165 e decreto legislativo 12 dicembre 2017, n. 189 (determinazione dei collegi elettorali della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica in attuazione dell'art. 3 della legge 3 novembre 2017, n. 165).

Le regole attualmente in vigore prevedono per la Camera dei deputati 232 collegi uninominali e 63 collegi plurinominali, mentre per il Senato 116 collegi uninominali e 33 collegi plurinominali. Il disegno di legge costituzionale non interviene su questa materia, che è rimessa alla legislazione ordinaria.

Nella trattativa con il M5S, il PD ha insistito affinché prima del taglio dei parlamentari si raggiungesse un'intesa sulla nuova legge elettorale. Il “patto” di legislatura tra M5S e PD prevedeva il taglio solo dopo aver trovato l’accordo e aver incardinato una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Per predisporre la nuova legge elettorale si utilizzerà tutto il tempo di entrata in vigore della riforma costituzionale: almeno 5 mesi, se nessuno chiederà il referendum consultivo (ci sono già diversi movimenti all'opera per la raccolta delle firme per il quesito referendario).

20 OTTOBRE 2019: COLLOQUIO MAZZINIANO A RIMINI

ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA - SEZIONE DI RIMINI

COLLOQUIO MAZZINIANO SU:

IL CONTRIBUTO DEGLI EBREI AL RISORGIMENTO ITALIANO NELLA FORMAZIONE DELLO STATO MODERNO.

SALA DEL GIUDIZIO DEL MUSEO DELLA CITTA' DI RIMINI

10 OTTOBRE 2019

IL TAGLIO DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI

(SI CERCA DI OTTENERE IL COMPIACIMENTO DELLA MASSA "ATOMIZZATA" ORMAI PREDA DEGLI INTENTI DOMINANTI DI DEMAGOGHI DI TURNO)

Il taglio del numero dei parlamentari è una riforma costituzionale, di consguenza è stata approvata due volte alla Camera dei deputati e due volte al Senato della Repubblica: alle precedenti tre votazioni l’avevano votata il M5S e la Lega, alleati nella precedente maggioranza, mentre il PD aveva votato contro. L’approvazione della riforma era stata però una delle condizioni principali poste dal M5S per la formazione del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, e il PD ha cambiato posizione politica. Durante il dibattito che ha preceduto il voto, le opposizioni hanno criticato il comportamento del PD, accusandolo di incoerenza.

La legge in quanto riforma costituzionale non entrerà subito in vigore: nei tre mesi successivi alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, infatti, potrebbe essere presentata una richiesta di referendum confermativo da parte di un quinto dei membri di una delle due camere, di 500.000 elettori oppure da cinque Consigli regionali. L’eventuale referendum confermativo, come quello che si tenne nel 2016 per decidere sulla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, non avrà bisogno del quorum.

Il taglio del numero dei parlamentari è stato molto criticato da diversi costituzionalisti, poiché riducendo il numero di parlamentari diminuisce la rappresentanza degli elettori, rende i gruppi parlamentari più piccoli e facilmente controllabili dai c.d. "capi politici" e più in generale rischia di allontanare ancor di più i cittadini elettori dalla vita politica. Le stesse critiche peraltro erano state espresse a lungo dal Partito Democratico, che ha votato a favore all’ultima lettura alla Camera dei deputati. Se la riforma venisse approvata, l’Italia diventerebbe il paese europeo con il Parlamento più piccolo in proporzione alla popolazione: un parlamentare ogni 151.000 abitanti, contro uno ogni circa 100.000/110.000 di Regno Unito, Francia e Germania. I risparmi sarebbero trascurabili, insignificanti, ma consentono a Luigi Di Maio e al MS5 di illudere molti cittadini (con una massiccia propaganda demagogica) sui grandi risparmi da destinare successivamente alla collettività.

Insieme al voto sulla riduzione del numero dei parlamentari, la maggioranza formata da PD, Movimento 5 Stelle, LeU e Italia Viva si è accordata formalmente anche su un piano di riforme costituzionali che saranno discusse nei prossimi mesi. Il PD lo aveva infatti chiesto in cambio dell’approvazione della riforma sul numero dei parlamentari. Questo piano di riforme comprende: una riforma elettorale, la riforma del funzionamento del Senato della Repubblica, (modificando la parte della Costituzione che stabilisce la sua elezione su base regionale), l’abbassamento dell’età per votare per il Senato da 25 a 18 anni e la modifica del numero di delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica.

 

8 OTTOBRE 2019

IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI SENZA UNA RIFORMA COMPLESSIVA E' UN GRAVE ERRORE

CONDIVIDIAMO E PUBBLICHIAMO L'APPELLO DEL COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

Questo taglio dei parlamentari è un errore. Sappiamo che la riduzione dei parlamentari è un impegno dell’accordo di governo, ma il testo già votato dalla precedente maggioranza, respinto da una parte di quella attuale, non è migliorato solo per questo.

Il testo di questa legge costituzionale nasce da un’iniziativa che punta al taglio dei parlamentari essenzialmente per risparmiare e in realtà scarica sul parlamento tutte le responsabilità degli innegabili difetti di funzionamento del sistema democratico italiano, sottovalutando che nella nostra Costituzione il parlamento ha un ruolo fondamentale, pena la crisi del sistema istituzionale che caratterizza la nostra democrazia. Questa legge dovrebbe essere respinta e i parlamentari dovrebbero usare la loro autonomia nel voto, garantita dalla Costituzione, per votare contro

Non è stato possibile discutere di alternative a questa scelta. Lo stesso accordo di maggioranza prevede altre modifiche costituzionali per riequilibrare gli effetti del taglio. In realtà queste modifiche non correggono gli errori di questa legge e ad oggi non è chiaro se siano frutto di un reale accordo politico, né si comprende come si intenda modificare la legge elettorale attuale.

Chiediamo al parlamento di rinviare la decisione, anche per poche settimane, e di aprire un tavolo di confronto politico e scientifico per consentire un esame delle alternative a questa riduzione dei parlamentari, scelta che resta non necessaria in rapporto al rapporto rappresentanti/rappresentati nel resto d’Europa.

Chiediamo di accelerare la riforma del sistema elettorale vigente. Dopo il porcellum, dichiarato incostituzionale, anche il rosatellum ha dato pessima prova e la nuova legge elettorale, voluta dalla Lega, ne esalta i difetti in presenza del taglio dei parlamentari ed è palesemente incostituzionale.

La Lega ha forzato nelle regioni dove è al governo per promuovere un referendum che ha l’obiettivo non solo di tagliare la parte proporzionale della legge elettorale ma di preparare le condizioni per introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, vagheggiata addirittura per il 2029. Legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialismo sono i due obiettivi centrali della Lega, sembra con il sostegno del resto della destra. Contro questa pericolosa iniziativa referendaria – pur probabilmente inammissibile secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale – è necessario mettere in campo una alternativa forte e chiara che, tanto più dopo l’eventuale taglio dei parlamentari, porti a una legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti e con il diritto degli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti. E’ centrale puntare sulla ricostruzione di un rapporto di fiducia tra parlamentari e elettori sulla base del capovolgimento della tendenza degli ultimi lustri che ha portato i parlamentari ad essere di fatto scelti per fedeltà al capo e nominati dall’alto e non dagli elettori. La crisi di fiducia ha portato ad un parlamento che ha subito decreti legge a raffica, non motivati dall’urgenza, a voti di fiducia come strumento di costrizione della libertà dei singoli parlamentari, a dure sanzioni contro i singoli. Il risultato è stato un capovolgimento del rapporto tra il governo e il parlamento, che è oggi subalterno al punto di approvare leggi che non solo non può modificare ma neppure leggere. Si giunge ora a proporre l’introduzione di un vincolo di mandato che la nostra Costituzione esclude in radice.

Si conferma così che l’obiettivo è un parlamento obbediente ai capi.

La centralità del parlamento, se la Camera il 7/8 ottobre deciderà il taglio dei parlamentari, è seriamente a rischio e potrebbe essere l’inizio di una deriva centralizzatrice e autoritaria, di cui è coronamento il presidenzialismo.

Per questo occorre un forte impegno per approvare rapidamente una legge elettorale proporzionale con le caratteristiche citate.

La Presidenza del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

5/10/2019

 

2 OTTOBRE 2019

A PROPOSITO DELLE RECENTI RIFORME COSTITUZIONALI...

PROPONIAMO LA LETTURA DI UNA PARTE DELLE RIFORME PROSPETTATE NEL PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA DALLA LOGGIA MASSONICA PROPAGANDA 2 (MAESTRO VENERABILE LICIO GELLI)

a3) Ordinamento del Parlamento

I. Nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali, diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative (ex parlamentari - ex magistrati - ex funzionari e imprenditori pubblici - ex militari ecc.);

II. Modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed al Senato preponderanza economica (esame del bilancio).

XX SETTEMBRE 1870 LA BRECCIA DI PORTA PIA

Particolare dell'affresco raffigurante il maggiore Giacomo Pagliari colpito a morte dall'esercito papalino il 20 settembre 1870 al comando del 34° Battaglione Bersaglieri (autore: Frizzoni ?).

Milano, 20 marzo 1848

Il Comitato insurrezionale di Casa Taverna, respinge la tregua d'armi proposta dal Maggiore Ettinghausen (Ufficiale dell'Esercito austriaco).

Museo del Risorgimento di Milano

29 agosto 2019

29 agosto 1862: la battaglia dell'Aspromonte dove Garibaldi fu ferito ad una gamba

11 agosto 2019

A Forlì il 15 agosto 2019 si celebra il 170° anniversario della Trafila Garibaldina.

Il 3 luglio 1849 finiva la breve estate della Repubblica Romana ed il generale Oudinot entrava in città proprio mentre i rivoluzionari emanavano simbolicamente la nuova Costituzione repubblicana.

Garibaldi rifiuta la resa senza condizioni e al termine di difficili trattative gli è permesso di uscire da Roma con al seguito 4000 volontari. Il progetto è quello di raggiungere Daniele Manin nell'appena proclamata Repubblica di San Marco.
Inizia in questo modo la  così detta "Trafila garibaldina", una marcia estenuante tra Stato pontificio, Granducato di Toscana e Repubblica di San Marino, fino al porto di Cesenatico nella speranza di  porsi in salvo ed aiutare la città di Venezia insorta e stretta d'assedio.

8 giugno 2019

89° anniversario della nascita di Vito Grimaldi (8 giugno 1930-17 aprile 2007)

Insegnante elementare (conseguì il diploma di abilitazione magistrale presso l'Istituto Magistrale "Rosina Salvo" di Trapani), è stato una delle figure chiave del cattolicesimo popolare trapanese, dagli anni '50 fino alla metà degli anni '70. Più volte consigliere comunale, per pochi voti non fu eletto deputato all'Assemblea Regionale Siciliana nelle elezioni regionali del 13 giugno 1971. Insegnò nelle Scuole popolari e si occupò di assistenza ai poveri in qualità di presidente ECA (fu per anni consigliere provinciale della DC).

 

 

05 MARZO 2019

RECENSIONE SPAGNOLA DEL LIBRO DI ANGELO GRIMALDI, ESPERIENZE COSTITUZIONALI TRA SPAGNA E REGNO DI NAPOLI (1808-1820)

17 FEBBRAIO 2019

E' STATO PUBBLICATO IN SPAGNA PER L'EDITORIAL ACADÉMICA ESPAÑOLA L'ULTIMO LIBRO DEL PROF. ANGELO GRIMALDI

ESPERIENZE COSTITUZIONALI TRA SPAGNA E REGNO DI NAPOLI (1808-1820)

4 NOVEMBRE 2018

GIORNO DELL'UNITA' NAZIONALE E GIORNATA DELLE FORZE ARMATE

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE SULLA RIDUZIONE DELLE REGIONI ITALIANE DALLE ATTUALI 20 A 12

 

 

INSEGNANTI: ASSUNZIONI SOLO TRAMITE CONCORSO PUBBLICO? LE RAGIONI DI UNA CRITICA DI ANGELO GRIMALDI

insegnanti

Il ministro dell'Istruzione dice sì a un piano di assunzioni straordinario da effettuare “soltanto tramite concorso pubblico“, per smettere così di rassegnarsi alla “babele delle graduatorie“. Ovviamente non sono mancate le proteste dei precari, che interrompono il presidente del Consiglio Matteo Renzi poco prima dell’inizio del suo intervento alla giornata ‘La scuola cambia, cambia l’Italia‘ promossa dal Pd".  “Fateci parlare abbiamo diritto di dire la nostra”, hanno detto dalla platea alcuni docenti. “Sono un insegnante precario, anch’io sono iscritto al PD e voglio dire la mia davanti a tutti”, dice uno dei contestatori, aggiungendo che quello che sta andando in scena oggi “è solo demagogia“.

Si vogliono abrogare le graduatorie? Sarebbe un gravissimo errore: non si diventa docenti di una disciplina vincendo un concorso pubblico (i concorsi pubblici in generale, ed in modo particolare i concorsi a cattedra, sono appannaggio prevalentemente dei più raccomandati), bensì solo insegnando. Con l'insegnarlo agli altri si impara meglio ciò che già si conosce. Non si può ottenere un'abilitazione ex ante, basata sul superamento formale di un concorso pubblico, l'abilitazione si dovrebbe conseguire al termine di un determinato periodo di attività di insegnamento come avviene per le attività professionali (avvocato, dottore commercialista, medico-chirurgo, consulente del lavoro, ingegnere, giornalista, ecc.), quindi solo ex post, cioè a posteriori.

E' stato un grossolano errore l'aver abrogato, sulla fine degli anni '90, il vecchio sistema di reclutamento (che sarebbe, invece, da introdurre in tutta fretta). Gli insegnanti si reclutavano attraverso tre graduatorie, due provinciali ed una di istituto. Ad una graduatoria provinciale, gestita dall'Ufficio Scolastico Provinciale (ex Provveditorato agli Studi), venivano inseriti i docenti abilitati, nell'altra graduatoria provinciale venivano inseriti i docenti non abilitati. Gli incarichi di insegnamento venivano conferiti dal Provveditore per l'intero anno scolastico. Le graduatorie di istituto (al massimo si potevano esprimere 20 sedi) rappresentavano un'ulteriore opportunità di insegnamento che consentiva agli aspiranti docenti, non convocati dal Provveditore agli Studi, di essere destinatari di una supplenza fino al termine dell'attività didattica o una supplenza più o meno breve, conferita dai presidi. 

Per conseguire l'abilitazione non è necessario frequentare e superare corsi post laurea biennali. E' necessario rendere più seri i Corsi di laurea attraverso l'introduzione nei singoli piani di studio delle materie (obbligatorie) che poi si andranno ad insegnare. Per abilitarsi basterebbero tre anni di insegnamento, anche non continuativi, conseguiti senza note di demerito. Al rinnovo, il docente, così abilitato, si iscriverebbe nelle gradutorie provinciali degli abilitati, dalle quali gradatamente, e comunque secondo il piano di assunzioni programmato di anno in anno dal MIUR, verrebbe a trovarsi destinatario di un contratto di insegnamento a tempo indeterminato.

Non è corretto illudere i giovani aspiranti docenti che si accede nella Scuola con i concorsi nel rispetto, solo formale, dell'articolo 97 della Carta Costituzionale. La Scuola con il docente incaricato dovrebbe instaurare un rapporto professionale, la valutazione della preparazione sotto il profilo sostanziale spetterebbe in parte ai discenti con la compilazione della "customer satisfaction" e, sotto il profilo della correttezza deontologica e metodologica, spetterebbe ad una commissione paritetica esterna (non di Istituto) con il compito di valutare il profilo formale e documentale del docente.

(25 febbraio 2015)

Angelo Grimaldi

 

 

9 NOVEMBRE 1989: CROLLA IL MURO DI BERLINO

CROLLO DEL MURO

Oggi si celebrano i 25 anni della caduta del Muro di Berlino. 

Il Socialismo reale è crollato con il muro, ma il capitalismo non ha vinto. Ogni giorno vengono distrutti migliaia di posti di lavoro senza che nessuno pensi a difenderli, a meno che non venga minacciato il proprio interesse personale. Le lotte sindacali sono diventate esclusivamente di categoria. Aumentano le proteste ma le istanze non si aggregano.

Molti considerano il crollo del Muro, dell'URSS come una vittoria. Il crollo del Muro è fonte di malessere per le nuove generazioni perché ricorda che il Socialismo reale è crollato, senza che il capitalismo abbia offerto loro (sul piano sostanziale e non solo dei diritti in senso formale) qualcosa di valido e duraturo in alternativa.

Angelo Grimaldi

 

 

MUJICA

Il Presidente Mujica sostiene che a guidare la vita di ciascuno debba essere il principio della sobrietà: " [...] concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere [...] Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte".

 

 

 

 

LE IDI DI FEBBRAIO?

PROF. ANGELO GRIMALDI

Ieri nel conclave del Partito democratico si è consumata una grave crisi extraparlamentare decisa da un solo partito, dal partito delle primarie che continua ad ignorare il profondo distacco tra elettore (governati) ed eletti (governanti).

Non una parola sui contenuti politici ed economici del nuovo governo renziano, non una parola sui partiti politici che dovrebbero sorreggere (dare la fiducia in parlamento) il nuovo governo.

Matteo Renzi propone un governo per una "legislatura costituente". Costituente? Ma in Italia il popolo non ha abbandonato il suo potere costituente in quanto essendo questo espressione di sovranità ed incidendo sui diritti fondamentali dell'uomo non può che appartenere al popolo. Il potere costituente si fonda, quindi, sul principio della sovranità popolare, sul carattere contrattuale della Costituzione e sul diritto alla rivoluzione a tutela del diritto naturale preesistente allo Stato.

Il potere costituente è caratterizzato dalla "originarietà", cioè si legittima in via di fatto e si manifesta sopprimendo la precedente Costituzione proponendone una nuova o modificando la vecchia Costituzione attraverso le modalità previste dalla stessa. Mi pare che nel nostro Paese non vi sia da parte di nessun partito politico alcun esercizio di potere costituente di portata tale da abrogare la Costituzione tuttora vigente. La nostra Costituzione, come tante altre del mondo occidentale, non detta soltanto regole di funzionamento degli apparati pubblici, ma consacra i diritti dei cittadini e questi sono posti come "limite" del potere dello Stato. La Costituzione non può essere modificata o interpretata dalla "volontà legislativa" che nel sistema monista (governo/parlamento) è diventata espressione della maggioranza, cioè di una sola parte politica.

Nel 1791 sciveva Thomas Paine: "Una costituzione non è l'atto di un governo, ma l'atto di un popolo che crea un governo". Scrive Mc Ilwain: "Emerge così una nozione di costituzione che nasce dal popolo, come opera di volizione collettiva, che codifica l'organizzazione dei poteri e si pone come norma sovraordinata all'attività dei poteri previsti dalla costituzione stessa".

In una retta democrazia, nella quale i gruppi dominanti (oligarchie governanti) sono selezionati dal voto popolare, una "norma fondamentale" deve contenere e regolare i limiti all'esecizio del potere politico. Il potere costituito è sempre soggetto a regole predeterminate. Il potere costituente appartiene al popolo e quindi non c'è bisogno che qualche politico "decisionista" si batta per far riconoscere al popolo un diritto che già gli appartiene. 

Le revisioni devono essere ricondotte nell'alveo della Costituzione, cioè dei suoi valori di fondo (articolo 138 della Costituzione).

Nel Paese, in realtà, la frattura c'è. Pochi giorni fa a Palermo è morta una ragazza di 18 anni, Tania, deceduta per mal di denti. La famiglia non aveva i soldi per le cure odontoiatriche (famiglia in condizioni economiche disagiate ma decorose). Il caso di Tania è quindi un fatto isolato? No, il 23% degli italiani (in Sicilia la % è più alta) non può permettersi un odontoiatra privato, deve quindi passare dalle prestazioni specialistiche fornite dalle Aziende Sanitarie pubbliche, dove le liste di attesa sono molto lunghe, al punto da spingere molti cittadini a rinunciare alle cure odontoiatriche.

La rivoluzione non si fa solo mettendo ai vertici delle amministrazioni dello Stato più manager e meno giuristi, gli italiani hanno bisogno di risultati concreti. Non conta parlare di realizzazione delle politiche o dell'introduzione della cultura gestionale (attesa e sperata da anni!). E' necessario chiedersi, invece, quali politiche economiche sono necessarie per aiutare circa 10 milioni di italiani, metà dei quali sono in povertà assoluta e l'altra metà in semi povertà, ed i giovani senza lavoro e senza futuro? Non servono più i pannicelli caldi, anche se proposti da Renzi o le misure pro-cicliche prospettate da organismi sovranazionali (Commissione Europea, BCE, FMI, ecc.); se andiamo avanti con politiche "monetariste" anche il nuovo governo è destinato al fallimento.

Questo editoriale è dedicato a Gaetana Priolo, morta per difficoltà economiche poco prima delle "Idi di Febbraio". Non ho conosciuto Tania, ma di fronte alla morte giovane, di chi non ha potuto sperimentare almeno un altro poco della vita che le spettava, resta l'incredulità, lo sconcerto e il senso di irrealtà. Il mio impegno, e quello dei miei colleghi, è rivolto per affermare il diritto (non solo in senso formale) di tutti, di tutti i "Tania Priolo" a vivere in un mondo più degno, più umano e più eguale.

14 febbraio 2014  Angelo Grimaldi